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La denuncia

Empoli, dimessa sei giorni dopo l’intervento al femore: «Per mia madre solo assistenza a pagamento»

Empoli, dimessa sei giorni dopo l’intervento al femore: «Per mia madre solo assistenza a pagamento»

Il caso di una 93enne denunciato dalla figlia dopo l’operazione all’ospedale San Giuseppe. «Sono stata costretta a portarla in un centro privato per le terapie riabilitative»

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EMPOLI. Una sanità pubblica con risorse sempre più risicate. Tanto che i dubbi sul diritto a cure adeguate per tutti si fanno di giorno in giorno più pressanti. A meno di fare ricorso al privato, sembra quasi che l’input sia quello di scegliere basandosi sulle probabilità di guarigione del paziente di turno. Come farebbe pensare la vicenda che ha come protagonista l’anziana madre di Luana Ferradini, di Lamporecchio, dimessa dall’ospedale di Empoli a meno di una settimana dall’operazione per la frattura di un femore, rimandata a casa e alle sole cure dei familiari.
«Mia madre è stata particolarmente sfortunata oppure per contenere le famose spese sanitarie è un indirizzo aziendale, in barba a tutto quello che è stato detto durante la pandemia sulla necessità assoluta di sostenere i fragili? E gli anziani non sono forse i primi ad essere fragili?», accusa la donna. Che spiega come la madre 93enne sia stata ricoverata all’ospedale di Empoli il 4 febbraio e operata tre giorni dopo. Per poi essere dimessa il 13: «Sarebbe stata organizzata una “assistenza spinta”, c’è scritto nel referto proprio così, a casa – spiega – Ribatto che mia madre di 93 anni, pesante più di 80 chili, affetta da depressione, non sarebbe stata gestibile a casa. Mi rispondono: “Signora, se la vuole mettere in un centro, paga e non c’è alcun problema”. Ogni commento è superfluo! Io non la voglio “mettere in un centro” ma avendo vissuto la stessa esperienza sei anni prima (altro femore) so benissimo che la sua allora presa in carico al Turati di Gavinana fu un vero toccasana. E il motivo è evidente: di fronte a medici e infermieri, professionisti del settore, le resistenze, la non volontà a fare qualsiasi movimento o sforzo, perdono consistenza, cadono. Altra cosa di fronte a familiari».
«Niente da fare – lamenta Luana Ferradini – Ed ecco l’assistenza spinta: dopo dieci giorni non è ancora arrivato né il materasso antidecubito (che decido di acquistare) né il letto con alzata meccanica. Nel frattempo mia madre comincia a piagarsi, con le conseguenze facilmente intuibili. Ma non è finita qui, mia madre non si vuol muovere, non parliamo di provare ad alzarsi, urla appena la tocchi, e io e le assistenti non sappiamo cosa fare. Eppure all’ospedale mi avevano fornito un interessante vademecum, interessante perché munito di foto, in cui si vedevano i movimenti necessari per l’assistenza spinta, alzata in piedi, piegamenti della gamba...». Poi, l’anziana donna ha una crisi respiratoria e il 118 dispone il suo ricovero, di nuovo a Empoli. «E lì, insistendo sulla necessità di prevederne l’inserimento in un centro riabilitativo – prosegue la figlia – capisco la logica che sta dietro l’ennesimo diniego: “sua madre non è recuperabile, quindi inutile portarla in un centro, quindi si deve fare l’assistenza a casa”. Siamo alla commedia degli inganni: “le terapie riabilitative fatte da professionisti non funzionerebbero, quindi le faccia lei a casa sua, al massimo le possiamo mandare un’ora al giorno per qualche giorno un infermiere specializzato”. Aggiungo a proposito di assistenza che la piaga nella schiena di mia madre dall’entrata all’uscita dall’ospedale è molto molto aumentata: d’altra parte come poteva non succedere se, nonostante le mie proteste giornaliere, è stata tenuta per giorni e giorni sdraiata sulla schiena senza mai spostarla. Per la cronaca, martedì 7 marzo è stata dimessa e io l’ho portata in un centro per la riabilitazione, naturalmente, seguendo il consiglio, a pagamento. E mercoledì 8 marzo, toh guarda che data, gli operatori sono riusciti a metterla in piedi. Riuscirà, non riuscirà, non lo so, ma provare mi sembra il minimo».
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di Redazione web