Attenzione
Coniugi uccisi e fatti a pezzi: il processo parte con un rinvio
L’unica imputata è Elona Kalesha accusata di omicidio volontario, vilipendio e occultamento di cadavere. Il giudice ha fissato la nuova udienza al 3 marzo
CASTELFIORENTINO. Saltata ieri la prima udienza del processo che avrebbe dovuto tenersi all'aula bunker di Firenze per la morte dei coniugi albanesi residenti a Castelfiorentino Shpetim e Teuta Pasho, scomparsi nel novembre del 2015 e i cui resti sono stati ritrovati nel novembre del 2019 in alcune valigie abbandonate in un terreno incolto lungo la superstrada Firenze-Pisa-Livorno, all'altezza del carcere di Sollicciano.
L'unica imputata per l'omicidio della coppia, Elona Kalesha, albanese di 36 anni, ha fatto valere il legittimo impedimento poiché positiva al Covid, dopo essere rimasta coinvolta in un focolaio scoppiato nella sezione femminile del carcere di Sollicciano dove è detenuta. Il processo slitta così al 3 marzo prossimo. L'udienza inizierà al mattino e andrà avanti per l'intera giornata: in programma l'audizione dei primi testimoni, ossia i carabinieri che per primi intervennero sul luogo del ritrovamento delle valigie. Kalesha, difesa dagli avvocati Federico Febbo e Antonio D'Orzi, è accusata di omicidio volontario, vilipendio e occultamento di cadavere. Per l'accusa la donna, ex fidanzata del figlio dei Pasho, uccise, fece a pezzi e nascose i coniugi per impedire che rivelassero che lei aspettava un figlio da un altro uomo. Secondo il magistrato che ha diretto le indagini, la pm Ornella Galeotti, non agì da sola, ma si avvalse dell'aiuto di altre persone che però non è stato possibile identificare. I reati infatti le vengono contestati in concorso con ignoti.
Inizialmente insieme a lei erano indagati il fratello Denis Kalesha, e il figlio delle vittime, e suo ex fidanzato, Taulant Pasho. Dopo che la posizione di entrambi è stata archiviata dal gip, su richiesta della procura, Taulant Pasho si è costituito parte civile nel processo. A più riprese, prima che si arrivasse al processo, i difensori della donna hanno criticato la ricostruzione dell'accusa, sostenendo l'innocenza della loro assistita. In particolare hanno sottolineato come sulle valigie contenenti i resti dei coniugi Pasho non sia stato trovato il Dna della loro assistita. L'unica traccia biologica trovata, sul manico di una delle sei valigie, è un profilo di Dna incompleto, appartenente a un uomo. Più volte nel corso delle indagini preliminari la difesa ha chiesto la scarcerazione della donna, senza però ottenere un via libera né dal gip né dal tribunale del riesame. Secondo i giudici del tribunale della libertà Elona Kalesha avrebbe agito invece «con fredda determinazione», dimostrando di avere una «spiccata pericolosità sociale».
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