Il Tirreno

Empoli

Falli e giochi erotici nella mostra natalizia al palazzo podestarile di Montelupo

Viola Centi
L’ultima sala della mostra “Tritume” a cura di Laura Cionci
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L’ultima sala della mostra “Tritume” a cura di Laura Cionci

L'esposizione potrebbe diventare un caso. Ma c'è una spiegazione, ecco quale

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MONTELUPO. Peni per caso. Non era voluto, non è stato cercato, ma è l'ultima sala della mostra “Tritume” che lascia davvero il segno. Inaugurata ieri a Montelupo, in occasione di “Natale ad arte Ceramica off, Christmas edition” al palazzo podestarile in centro storico, l'esposizione potrebbe diventare un caso.

Ma per arrivare a quella stanza piena di falli e giochi erotici in ceramica, bisogna partire da qualche mese fa, dal caldo estivo e dai “cantieri” condotti da quattro artisti: Marco Ulivieri, Laura Cionci, Emanuela Barilozzi Caruso e Marco Rapanelli, affiancati da tre autori: Claudia di Palma, Simone Innocenti e Angelo Ferracuti. Il tutto curato da Christian Caliandro, colui che ha portato la contaminazione della letteratura nella ceramica montelupina. Perché i laboratori sono anche raccontati da scrittori, poeti, che hanno tradotto in parole il processo creativo. Da questi laboratori, da questo plasmare i materiali tradizionali, sono uscite le opere in mostra oggi. “Non avere paura”: un messaggio chiaro, lettere di ceramica, anche pesanti, che invece volano, appese a una parete, è il messaggio trasmesso fin dall'inizio della mostra.

È “Speculare dentro”, il laboratorio condotto da Laura Cionci, a dare il via (e poi a chiudere) la mostra. Non avere paura di questi pezzi strani, su questo cubo, che sembrano buttati lì quasi a caso, tubi e fili di materia, ingarbugliati. Dal contemporaneo poi subito si torna al tradizionale, alla ceramica d'abitudine: piatti e tazzine, ciotole e zuppiere, ma psichedeliche. Bianco, nero e scritte come graffiti, volti ritratti su un piatto. Un altro passo nella conoscenza, grazie al cantiere di Marco Rapanelli, “Un ritratto collettivo”. Ed ecco arrivare i centrini della nonna, fatti di ceramica, anzi, di “barbottina”, la ceramica liquida, che fila come il filet appunto delle nonne. Centrini poi rotti, spaccati, trame rielaborate, la tradizione che si innesta nel contemporaneo, si evolve, ma non scompare.

“Il cantiere n. 1” di Marco Ulivieri arriva alla terza sala, dove i centrini si innestano con la fotografia e diventano anche corone maestose. Il piano successivo spiazza già, con i calchi di seni e inguini di donna. Emanuela Barilozzi Caruso inizia a scoprire la pelle, con “Le farfalle non vanno spolverate”. Corpi imperfetti che diventano arte, corpi sconosciuti e pezzi mischiati, rosa carne, rosa venati di fucsia, carnali. E il divertimento, il tornare piccoli, adolescenti, scoprirsi bambini, con i pezzi antichi dei cestini da lavoretto scolastico di Pasqua, rielaborati pure loro, ricolorati, barbottinati, innestati di finocchiona ceramizzata. Ora i cantieri si mischiano, si intrecciano tra loro, le ultime sale sono collettive, condivise. Il cibo come un essenziale gesto di conoscenza, si iniziano a intravedere forme estrose, i tripodi alieni in equilibrio sulle punte come ballerine di Ulivieri, tra piatti di uva barbottinata e tritata dal calore dei forni. Ed eccoli, i falli, in tutta la loro sconvolgente maestosità.

I falli dell'ultima sala – usciti sempre dal laboratorio della Cionci - concretizzano quel pensiero poco romantico ma molto reale che chiunque abbia mai visto “Ghost” ha avuto, nella scena del tornio, tra Demi Moore e Patrick Swayze e quell'informe montagnetta di mota che hanno tra le mani. La mostra è diretta, va a quel cuore lì, a quella materialità volgare e giocosa, erotica ma non spinta, sensuale e libera. Vera.

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