Sicurezza
«Non c’è il dna dell’indagata né sui cadaveri, né sui bagagli»
empoli. Il Dna. È stato questo l’elemento principale su cui si è incentrata nel corso delle indagini preliminari la difesa di Elona Kalesha. I suoi difensori, avvocati Federico Febbo e Antonio D’Orzi, hanno ribadito in più sedi come sulle valigie incriminate, quelle che contenevano i cadaveri, non siano mai state trovate tracce biologiche dell’unica indagata. Con questa motivazione hanno chiesto più volte la scarcerazione della trentaseienne, sia al gip che al tribunale del riesame. La decisione del gip di negare la scarcerazione, scrivevano nell’appello presentato al tribunale della libertà, «mortifica la dignità scientifica della prova genetica».
«L’assoluta incertezza» sul fatto che Elona Kalesha abbia maneggiato le valigie, sostenevano ancora gli avvocati, «disarticola il principale elemento indiziario» a carico della donna. Tuttavia l’assenza di tracce sulle valigie non è mai stata considerata sufficiente dai giudici per scagionare l’indagata. Anzi, il tribunale del riesame nei mesi scorsi, nel provvedimento con cui negava nuovamente la scarcerazione, ha sottolineato come la donna «agì con fredda determinazione», dimostrando di avere «una spiccata pericolosità sociale».
«La circostanza che non siano state trovate tracce biologiche riferibili all’indagata – hanno affermato i giudici del riesame – può essere dovuta al fatto, come rilevato dal pm, che la sostanza grassa derivata dalla saponificazione dei corpi abbia dissolto le impronte», oppure che «la donna indossasse dei guanti».
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