Il Tirreno

Empoli

Coppia uccisa, figlio scagionato resta in carcere l’ex fidanzata

Matteo Leoni
Coppia uccisa, figlio scagionato resta in carcere l’ex fidanzata

Per la Procura fu un omicidio per nascondere la gravidanza da un’altra relazione Oltre alla donna è indagato anche il fratello. Una terza persona sarebbe complice 

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Matteo Leoni

EMPOLI. Svolta nelle indagini per l’omicidio dei coniugi albanesi e residenti a Castelfiorentino Shpetim e Teuta Pasho, scomparsi da Firenze nel novembre del 2015 e i cui resti vennero ritrovati nel dicembre 2020 in alcune valigie abbandonate in un campo fra il carcere di Sollicciano e la superstrada Firenze-Pisa- Livorno. Il figlio della coppia, Taulant Pasho, attualmente detenuto a Como per altra causa, è stato completamente scagionato. Il gip di Firenze, su richiesta della pm Ornella Galeotti, ha archiviato la sua posizione. A suo carico, è la tesi tanto della procura quanto del giudice, non sono emersi indizi di colpevolezza. La coppia, sostiene l’accusa, fu uccisa per volere di Elona Kalesha, l’ex fidanzata di Taulant Pasho, attualmente detenuta nel carcere di Sollicciano. Sarebbe stata lei ad agire, aiutata forse dal fratello Denis Kalesha, anche lui indagato, e probabilmente da almeno un’altra persona ancora non individuata. Lo avrebbe fatto all'insaputa dell’ex fidanzato. Avrebbe commesso l’omicidio per impedire che la coppia rivelasse al figlio che lei aspettava un bambino da un altro uomo. Dalla ricostruzione della procura, la donna avrebbe abortito in ospedale a Firenze nell’ottobre del 2015, proprio pochi giorni prima della scomparsa dei Pasho, avvenuta il primo novembre, e della scarcerazione dell’ex fidanzato Taulant Pasho, detenuto nel carcere di Sollicciano fino al 2 novembre. Lo scorso giugno, interrogato dalla pm nel carcere di Como, Taulant Pasho avrebbe dichiarato di non avere mai saputo della gravidanza della ex, negando di poter essere il padre del piccolo, essendo detenuto. Inoltre alcuni familiari di Teuta Pasho avrebbero riferito agli investigatori che pochi giorni prima di scomparire la donna aveva manifestato la volontà di parlare col figlio di una cosa che riguardava Elona, e che lui avrebbe dovuto scegliere tra la sua famiglia e la fidanzata. Tutti elementi che fanno della trentaseienne la principale indiziata, sebbene sulle valigie non sia stata trovata alcuna traccia del suo Dna. Lo scorso settembre il tribunale del riesame ha rigettato l’appello presentato dai difensori della donna contro la decisione assunta dal gip nel maggio scorso di negarne la scarcerazione. Nel loro appello gli avvocati Federico Febbo e Antonio D’Orzi tra i loro temi difensivi avevano fatto notare, appunto, come il Dna della loro assistita non fosse stato rilevato sulle maniglie delle valigie. «L’assoluta incertezza sul fatto che Elona Kalesha abbia maneggiato” le valigie, avevano scritto gli avvocati nel loro appello, “disarticola il principale elemento indiziario”. Quanto al rischio di reiterazione del reato, i legali avevano fatto notare come a sei anni dalla scomparsa dei coniugi Pasho, avvenuta nel novembre del 2015, la donna non avesse commesso alcun reato della stessa natura. Argomenti però bocciati dal tribunale del riesame: secondo i giudici Elona Kalesha attuò il suo proposito omicida con “fredda determinazione”, dimostrando di avere “una spiccata pericolosità sociale”. Il fatto che sulle valigie, in cui furono nascosti i cadaveri fatti a pezzi dei coniugi Pasho, non siano state trovate tracce di Dna della trentaseienne, hanno ribadito i giudici del tribunale della libertà, non muta il quadro indiziario a carico della donna emerso nel corso delle indagini coordinate dal pm Ornella Galeotti.

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