Italia
Il viaggio a meno 200 gradi delle cellule che hanno reso il respiro a una donna
Trapianto sperimentale al San Giuseppe di Empoli, reso possibile dal dottor Spina, dalla sua equipe e dal Nucleo della Protezione civile
EMPOLI. Una donna di 43 anni che non riesce a uscire dai postumi del Covid, un medico che non si da per vinto e cerca una cura per salvarle i polmoni, le equipe del San Giuseppe di Empoli, Careggi a Firenze, del Policlinico San Matteo di Pavia, i viaggi con la cura di due volontarie del Nucleo Operativo logistica trapianti della Protezione civile. Potrebbe sembrare la trama di un film, invece è quello che è accaduto, silenziosamente, per quasi un mese, a Empoli, crocevia di questa storia a lieto fine. È stato il dottor Rosario Spina a trovare la cura che ha potuto restituire la speranza alla giovane paziente che ora si trova già nel reparto di riabilitazione polmonare di Volterra. A salvare la vita della quarantatreenne, è stato un trapianto sperimentale di cellule stromali mesenchimali, cura che a Pavia stanno provando da dicembre scorso, grazie alle ricerche del dottor Mirco Belliato. «Non sapevamo più cosa fare – racconta il dottor Spina – allora mi sono messo a cercare, a curiosare, per trovare una soluzione. La paziente era in reparto da aprile, quattro mesi, passato il Covid, era rimasta attaccata al ventilatore, perché i polmoni non ce la facevano, l’infiammazione non passava e non riuscivamo a staccarla dalle macchine». Il dottor Spina allora si confronta con i colleghi, ma non solo quelli di Empoli o toscani: si spinge fino a Pavia. «Sapevo che avevano iniziato questa cura, con la collaborazione del laboratorio di immunologia. Abbiamo discusso il caso, le alternative erano il trapianto di polmone ma sarebbe stato molto rischioso, e poi c’era questo trapianto sperimentale di cellule mesenchimali, che vengono recuperate o da cordone ombelicale o dal midollo. Abbiamo deciso di provare con il trapianto delle cellule». E qui è iniziata un’altra avventura: le cellule infatti dovevano essere trasportate a una temperatura di -200 gradi, in un contenitore speciale, e una volta consegnate «dovevamo riacclimatarle a 37 gradi per poterle infondere alla paziente, ma tutto deve accadere nel giro di mezz’ora».
La sfida è grande, è la prima volta che in Toscana si tenta un trapianto di cellule di questo tipo, a Pavia lo hanno fatto su una decina di pazienti, ma la donna di Empoli non ha altre possibilità. Una volta che le cellule sono arrivate a Empoli, il dottor Spina ha potuto procedere con il trapianto. «Queste cellule sono particolari, sono infiammatorie, ma danno equilibrio all’infiammazione che già è in corso nei polmoni. Possono essere utilizzate anche in casi non Covid, quindi la cura è importantissima. La donna ha risposto bene dopo la prima infusione, dopo 6-7 giorni c'è stato un miglioramento degli scambi respiratori, ma il tessuto polmonare risultava ancora poco elastico, era rigido. Da Pavia ci hanno allora detto che potevamo fare una seconda infusione, a distanza di 15-20 giorni dalla prima. È con la seconda, le cose sono migliorate tantissimo».
Dopo la seconda dose di cellule, i medici decidono di iniziare quello che chiamano lo 'svezzamento respiratorio', perché i polmoni finalmente reagiscono. «Il mio rimorso è non aver potuto sperimentare questa cura prima, avrei potuto salvarne di più forse, anche se non tutti i pazienti sono eleggibili alla sperimentazione. Qua a Empoli, abbiamo avuto decessi anche di cinquantenni, in perfetta salute prima del Covid, ma sotto i 50 non abbiamo mai perso nessuno, e dopo 4 mesi, a questa donna ci siamo affezionati. Non poteva che essere la prima». Grazie al dottor Spina, adesso l’ospedale di Empoli è entrato nella sperimentazione di Pavia, «perché può essere utilizzata anche per altre patologie». Dopo la seconda infusione, quando la donna ha ricominciato a respirare da sola, Spina ha scattato una foto con lei, e l'ha inviata ai medici di Pavia.
«Erano molto contenti. È stata una collaborazione tra Pavia-Firenze-Empoli e Nopc, non solo di professionisti, ma proprio di umanità. E poi, non ci è costato niente, forse solo la benzina». Spina è felice di parlarne, di raccontar quello che sono riusciti a fare a Empoli, e ha deciso di renderlo pubblico «perché magari qualcun altro può prendere spunto, c'è una possibilità per chi non ne esce come la nostra paziente, dobbiamo condividere un patrimonio scientifico. Mi hanno già contattato da altri ospedali, per sapere come abbiamo fatto, per ora sto rimandando tutti a Pavia, sono più esperti». Ma non si tratta solo di un caso, si tratta di una metodologia di approccio: «Bisogna curiosare, cercare, a volte noi medici siamo troppo orgogliosi di quello che sappiamo fare, e non guardiamo oltre».
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