Rinascita per la moschea, Montelupo aiuta Mosul
Sopralluogo per i rilievi della cooperativa Ichnos impegnata col Comune Francesco Cini: «Vogliamo coinvolgere anche le persone provate dalla guerra»
MONTELUPO. Un viaggio ai confini di una terra massacrata dalla guerra, per recuperare una moschea, a Mosul.
Il viaggio parte da Montelupo Fiorentino per intrecciarsi con Grosseto e arrivare a Mosul, in Iraq, grazie al finanziamento dalla Aliph Foundation, un’alleanza internazionale per la salvaguardia dei beni culturali nei luoghi di guerra e in aree fortemente a rischio. Questa è moschea che quattro anni fa venne distrutta dai militanti dello stato islamico che la fecero saltare in aria nel giugno del 2017, mentre l’esercito iracheno si preparava a riconquistare la città.La moschea era un edificio storico importante, costruito nel XII secolo: proprio nella sala delle preghiere il leader dell’Isis il 28 giugno del 2014 Abu Bakr al-Baghdadi aveva proclamato il califfato.
A partire per salvare la moschea di Al Raabyia è la cooperativa Ichnos di Montelupo, che nella città della ceramica ha anche in gestione il museo archeologico.
Il Comune diventa allora partner della missione, sottolineando il forte legame tra la ceramica montelupina e le influenze arrivate dall’estero, dalla cultura spagnola e islamica, una contaminazione fra Oriente e Occidente e fra culture diverse.
«È un progetto a cui teniamo molto e a cui stiamo lavorando da tempo – spiega il presidente di Ichnos, Francesco Cini – doveva iniziare prima della pandemia. Siamo stati coinvolti dall’agenzia titolare, l’organizzazione non governativa di Grosseto, Archi.Media onlus, sia nella fase di progettazione che di realizzazione».
Poi la pandemia si attenua, gli archeologi e tutto il team di esperti messo insieme per la missione di recupero riesce a partire, due settimane in Iraq, a inizio giugno, dove avviano i primi rilievi. «In questa prima spedizione abbiamo effettuato i rilievi – spiega Francesco Cini – avvalendoci delle tecnologie più innovative, grazie al Dipartimento di architettura dell’Università di Firenze e alla Archeo Tech & Survey di Monteroni d’Arbia, per avere un quadro chiaro della situazione. Poi tornati in Italia stiamo dettagliando il progetto esecutivo».
L'idea però, per gli esperti del team, è di coinvolgere la popolazione che in questi anni ha vissuto gli orrori della guerra e ha visto morire le persone care, oltre che distruggere il patrimonio artistico. «Il valore di questo intervento è che mentre si va a riqualificare un bene di inestimabile valore culturale, si coinvolge la popolazione nell'attività di recupero – spiega Cini – L'idea, infatti, è quella di creare una filiera produttiva partendo dalla realizzazione della ceramica che copre l’edificio. Da qui l’idea di coinvolgere anche l’amministrazione di Montelupo, come partner del progetto».
Ma Mosul, vista con gli occhi dell’archeologo montelupino, non è solo rovine e macerie: «E' una città distrutta all'80%, un vero scenario di guerra. La cosa che mi ha colpito, stando là, è che tutte le persone con cui siamo stati in contatto, dalle più umili alle più abbienti, hanno voglia di tornare a vivere, a lavorare e ricostruire – racconta – Nonostante abbiano vissuto in una zona di guerra a contatto costante con la morte. Uno degli ingegneri con cui abbiamo collaborato ci ha raccontato di aver perso 30 amici nel giro di tre anni a causa del conflitto».
A Ichnos arrivano anche i complimenti dell'assessore alla cultura, Aglaia Viviani: «La cooperativa ha dato una bellissima opportunità a Montelupo di operare in un contesto internazionale e in un progetto di alto valore culturale e sociale – ha dichiarato – La ceramica è da sempre stata vettore di cultura e di socialità e oggi come mille anni fa conferma questa funzione. Penso davvero che sia materia viva e per questo sfugge al tempo e alle innovazioni di altri materiali».
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