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«Lascio i ragazzi con un grande dispiacere: non aver potuto dare loro edifici adeguati»

marco pagli
«Lascio i ragazzi con un grande dispiacere: non aver potuto dare loro edifici adeguati»

Dopo 25 anni di dirigenza la preside Daniela Mancini va in pensione. E traccia un bilancio di emozioni, soddisfazioni e rimpianti  

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EMPOLI. Venticinque anni alla dirigenza di scuole di ogni ordine e grado nell’Empolese Valdelsa. Una carriera, quella della preside Daniela Mancini che alla fine di questo anno scolastico andrà in pensione, lunga ed entusiasmante.

Iniziata nel 1995 all’istituto “Tarantelli” di Sant’Elpidio a Mare e conclusa al “Ferraris-Brunelleschi” di Empoli, passando dal “Checchi” di Fucecchio e dalla reggenza di molti istituti sul territorio.

Un percorso che ha sempre rispettato gli obiettivi della formazione, della lotta al disagio giovanile e dell’impegno a creare il terreno fertile per il futuro dei propri studenti. Verso i quali nutre una grande riconoscenza, ma anche un grosso rimpianto.

«La pandemia ha messo in luce una carenza trentennale sull’edilizia scolastica anche in questo territorio – dice Daniela Mancini – i nostri edifici non sono sufficienti e adeguati alle esigenze odierne e se le norme di distanziamento rimarranno quelle attuali, a settembre la presenza non potrà essere garantita a tutti». E aggiunge: «Questo è il dispiacere più grande con cui lascio la scuola e i miei ragazzi».

Battaglie, scommesse e sfide vinte – l’ultima in ordine di tempo è quella relativa all’acquisto di un’officina meccanica per gli studenti del Ferraris da parte della Città metropolitana – delusioni e gioie, la tela dei rapporti professionali e umani, la soddisfazione di contribuire a rendere ragazze e ragazzi delle donne e degli uomini con aspirazioni e prospettiva davanti.

Per Daniela Mancini, la più longeva delle dirigenti scolastiche del circondario, la scuola è stata un mondo da esplorare, interpretare e agire. Materia viva, mai scontata, mai semplice. Ma proprio per questo degna di essere affrontata.

«Mi sono laureata nel 1977 in Filosofia della Scienza e Logica all’Università di Firenze – racconta la dirigente – e dopo dieci anni di insegnamento ho fatto il concorso e ho iniziato il percorso di dirigente scolastica». «In seguito alla parentesi in provincia di Ascoli Piceno – va avanti – le scuole di titolarità per me sono state Checchi e Ferraris-Brunelleschi, dove sono entrata nel 2001. Nel frattempo ho maturato esperienze dirigendo scuole con indirizzi accorpati di licei, tecnici e professionali e tenendo la reggenza di istituti comprensivi, che mi hanno permesso di completare la conoscenza di tutti gli ordini e i gradi di istruzione». «La scuola mi ha dato tanto, tantissimo – va avanti nel racconto Mancini – Il rapporto con i colleghi, con gli insegnanti e anche con gli amministratori locali è stato formativo ed entusiasmante».

«Ringrazio davvero tutti perché il clima che si è creato è sempre stato costruttivo – aggiunge – e ha permesso a me di crescere e alle comunità di realizzare gli obiettivi prefissati».

Anche se è ai suoi allievi che guarda con l’orgoglio più grande nel momento di voltarsi indietro ad osservare il proprio percorso professionale e umano. «Da loro ho imparato molto – prosegue ancora – prima di tutto che ognuno può dare tantissimo se ascoltato e compreso».

«Il mio impegno – va avanti la preside Mancini – è sempre stato rivolto al loro sviluppo e alla creazione di una società in grado di accoglierli. Ho creduto fortemente nel rapporto tra scuola e mondo del lavoro e per questo ho puntato molto sui progetti di tirocinio e di alternanza, anche quando questi non esistevano». «E devo dire che incontrare i miei studenti dopo anni dal diploma, felici della loro professione e della loro vita, è la soddisfazione maggiore che ci possa essere – dice con emozione – Per questo a loro voglio rivolgere l’augurio che mettano sempre tanta passione in quello che fanno, perché con la passione riusciranno a superare tutte le difficoltà».

Difficoltà che di sicuro negli anni si sono fatte sempre maggiori, sul fronte sociale e anche scolastico. «Il disagio dei giovani è andato progressivamente crescendo – afferma Mancini – le difficoltà sociali ed economiche pesano sulle famiglie e l’ascensore sociale, un tempo incarnato proprio dalla scuola, si è interrotto. Adesso gli studenti sono sempre più disorientati e la scuola non può limitarsi ad istruire, ma anche a formare. Il Covid ha messo in luce tutto questo e ha colpito i ragazzi perché è venuta a mancare la parte dell’ascolto e della condivisione, della relazione con l’altro che svolge la scuola. Tanto che è aumentata tantissimo la dispersione e ci vorranno anni per recuperare».

L’inizio della pensione per Daniela Mancini, però, non ha il sapore del commiato. Anche perché al lavoro come dirigente ha sempre affiancato l’impegno culturale, sociale e politico. Presidente del Centro di documentazione delle tradizioni popolari dell’Empolese Valdelsa, membro di Slow Food e dell’associazione Cittadini per la salute, consigliera comunale.

Ma anche testimone di memoria – il padre Giovanni Mancini era uno dei due macchinisti dell’Italicus il giorno della strage che uccise dodici persone – e scrittrice. A questo proposito, dopo i diversi racconti e i romanzi “La tua storia nella mia” e “Per distrazione”, in autunno uscirà il suo primo poliziesco.

«Si chiamerà “L’ombra della sera” – spiega – ed è il primo libro di una trilogia ambientata in una cittadina immaginaria della Toscana, chiamata San Zanobi. I protagonisti sono una giovane vicecommissario e un anziano ispettore. Adesso che avrò più tempo, sicuramente la scrittura sarà uno dei miei impieghi principali. Assieme all’impegno nel tramandare la memoria storica, che deve diventare sempre di più un patrimonio condiviso con le nuove generazioni a cui va passato il testimone». –


 

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