Gioco
Sanremo e Covid Calvetti racconta il dietro le quinte di un festival insolito
Il direttore d’orchestra di Meta: «In 40 giorni undici tamponi Ma con le regole giuste lo spettacolo può non fermarsi mai»
Daniele Dei
CASTELFIORENTINO. Estendere, ove possibile, il protocollo stilato dalla Rai per il Festival di Sanremo ad altre manifestazioni del mondo della cultura e dello spettacolo, ormai da un anno fortemente limitate a causa del Covid-19. Il pensiero arriva da un protagonista della principale rassegna della musica italiana: è Diego Calvetti, 46 anni di Castelfiorentino, direttore d'orchestra e produttore discografico, quest'anno al seguito di Ermal Meta aiutandolo a raggiungere il terzo posto finale con la canzone “Un milione di cose da dirti”. «Avevamo dei pass elettronici collegati al sistema relativo ai tamponi – racconta Calvetti – questo permetteva di poter essere sicuri quando entravamo nei luoghi, che fosse il Teatro Ariston o l'albergo. La stessa cosa si potrebbe fare con chi si è sottoposto alla somministrazione del vaccino e una carta d'identità sanitaria. Se per esempio una persona esegue un tampone o si vaccina 48 ore prima di uno spettacolo, potrebbe avere il diritto di andare a teatro, magari tenendo delle distanze e le mascherine FFP2. Se ci si pensa, durante il Festival sono girate comunque migliaia di persone e in un mese tra preparativi e dirette hanno riscontrato una sola positività al Covid. Quindi secondo me la pandemia si potrebbe controllare avendo giusti strumenti» Lo stesso direttore d'orchestra valdelsano per andare a Sanremo si è sottoposto a numerosi accertamenti: «Undici tamponi in un mese e mezzo – prosegue il diretto interessato – da quando ho fatto le prime prove a Roma a fine gennaio. Ogni volta si doveva fare un test il giorno prima e in più, prima di entrare, veniva fatto sul posto. All'Ariston avevano allestito un laboratorio di analisi nelle zone che di solito venivano utilizzate per fare aggregazione dietro il palco. I risultati arrivavano dopo mezz'ora e dovevamo stare lì ad aspettare: dopo la positività del parrucchiere dello staff di Irama devo dire che l'ansia è salita. La mole di persone e infermieri presenti era comunque impressionante. Gli artisti e il proprio staff erano considerati come una bolla dentro un'altra bolla, chiamati a fare tutto assieme». Dei 12 Festival a cui ha partecipato – ricordiamo quello del 2018 dove diresse sia il vincitore dei Giovani, Ultimo, oltre ai titolati Fabrizio Moro in coppia con Ermal Meta – questo è stato sicuramente il più particolare: «La città di Sanremo era allucinante – spiega – in particolare visti gli orari mi spostavo spesso quando c'era il coprifuoco. Le strade erano deserte come una scena apocalittica, pur avendo l'albergo a 200 metri dall'Ariston per protocollo ci venivano a prendere in auto. Niente fan, interviste radio e tutto quel che ruota intorno alla manifestazione. A livello di segnale però era giusto farlo per dare un messaggio positivo, avrei auspicato fosse il primo evento a cui avrebbe fatto seguito la riapertura dei teatri, invece i contagi in generale aumentano e non è stato così. Suonare senza pubblico era surreale: negli anni passati anche a metà canzone si sentiva mormorare. Inoltre il volume in sala era bassissimo, avendo tutti le cuffie e non essendoci pubblico. Sembrava di essere in uno studio televisivo e noi artisti in un concerto “silent”». C'è però la soddisfazione artistica: «Sono contento per Ermal Meta – conclude – intonatissimo e bravissimo, il terzo posto era un risultato difficile da raggiungere. In genere non ho trovato né canzoni pessime, né che resteranno nella storia. Dovrebbero cambiare le regole di ingaggio: difficile dare valore alla popolarità basandosi molto su visualizzazioni internet e “mi piace” sui social». —
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