Italia
Commozione e tanti ricordi per l’addio a Testaferrata
Autorità e tanti ex allievi per l’intellettuale che nella sua enorme eredità lascia anche il ricordo degli ultimi anni di guerra raccontati in uno dei suoi libri
Paolo Santini
EMPOLI. Le autorità - dalla sindaca Brenda Barnini, l’ex sindaco Vittorio Bugli e il senatore Dario Parrini - e tantissime persone - i suoi ex studenti e sono solo - alla chiesa San Giovanni Evangelista per il commosso addio a Luigi Testaferrata, morto all’età di 88 anni. Un ultimo saluto, in occasione dei funerali, che è stato anche il modo per ricordarne la figura che ne aveva contraddistinto la vita impegnata nell’istruzione, cultura, informazione.
Luigi Testaferrata era un intellettuale nel vero senso del termine, uno studioso. E ci pensò 50 anni prima di scrivere e consegnare ai lettori “I cenci e la vittoria”, il suo quinto romanzo: aveva il timore di cadere nell’autobiografia melensa, nel diario, nella sovrabbondanza di ricordi personali, e rimandò sempre, fino a quel fatidico 1996, quando si decise a raccontare la sua lunga estate del 1944 vissuta da ragazzino appena dodicenne sfollato con la famiglia sulle pendici del Montalbano, a Sant’Ansano in Greti, a pochi chilometri da Empoli ma di qua dal fronte, dietro le linee tedesche. Per tanti empolesi la scelta non fu semplice, e i più privilegiarono quello che ritennero sul momento il minor pericolo: quando arrivò l’ordine dello sfollamento, una buona metà scelse di andare verso sud, illudendosi di incontrare prima gli Alleati che ormai tambureggiavano quotidianamente con le artiglierie sulla città noncuranti delle voci che si erano diffuse fin qui delle violenze delle truppe francesi comandate dal generale Juin (che per fortuna degli empolesi erano state trasferite e a Empoli non giunsero mai). L’altra metà scelse di rifugiarsi verso il Montalbano, dietro la linea dell’Arno, confidando nell’ospitalità dei contadini.
Nessuno ha raccontato meglio di Testaferrata i luoghi, i fatti, e il clima della guerra vissuta da un bambino a ridosso del fronte in questa parte di Toscana; questo regalo che l’autore volle fare agli empolesi, ai vinciani, e in particolare ai “santansanesi” è tale proprio perché è stato scritto da un adulto, divenuto grande uomo di cultura, che per scrivere quella storia aveva deciso di tornare bambino, portando con sé il conforto degli amici più cari, come il compianto Giuliano Lastraioli. Un viaggio compiuto con personaggi reali - qualcuno di loro ancor oggi potrebbe raccontare - in luoghi sospesi a metà fra il reale e l’immaginario.
Sant’Ansano, poche case intorno a una pieve millenaria, diventa in quei mesi il centro del suo mondo, un microcosmo che l’autore ricorderà con affetto e nostalgia. I colori dell’estate in questa terra, con le loro innumerevoli sfumature, fanno da sfondo a una narrazione potente dove la guerra, prima immaginata e poi vera, con le sue atrocità, assomigliava molto a quella di Troia; venne poi il momento per quel bambino di entrare nel mondo “vero”, e di cogliere in poche righe alla fine del racconto tutto il senso d’amarezza che lascia una guerra: «Gli alleati di tutti i colori facevano la fila per dimostrarci che, nonostante le belle apparenze e le saponette, ci avevano vinti e che, oltre a quello di averci vinti, avevano il piacere di rinvoltolarci dentro i nostri cenci sudici».
E infine: «I poveracci che avevano sui visi i segni della fame tentavano anche le nuovissime acrobazie dei boogie-woogie, gli Americani buttavano in aria le ragazze, si vedevano le gambe ignude, le sottane dai colori tristi volavano da tutte le parti per dare l’avvio alla parvenza di una festa da tanto tempo dimenticata e all’improvviso riscoperta. In quell’autunno già ghiaccio come un inverno, con la guerra che lampeggiava e rumoreggiava, nei giorni di tramontana, sugli Appennini, quei cenci da nulla sventolavano come bandiere, la maggior parte della gente pensava che fosse capitata anche a noi , dopo tanto patire, una vittoria». —
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