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Strage di Bologna, la Corte: "Maria Fresu era dentro la stazione"

Maria Fresu
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Maria Fresu

Nella motivazione della sentenza si spiega che la vittima di Montespertoli "per la sua particolare posizione rispetto all'onda di sovrappressione" rilasciata dalla bomba, "ne sia stata travolta in pieno e che si stata altresì investita da massicci crolli di strutture, con l'effetto che il suo corpo sia stato smembrato e frammentato in maniera tale da non rendere più assimilabili i suoi resti"

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BOLOGNA.   "Il dilemma se la strage alla stazione di Bologna sia stata una strage 'comune' o una strage 'politica' non esiste. Non esiste in radice, perché si trattato di una strage politica, o, più esattamente di una strage di Stato". Ad un anno dalla condanna dell'ex Nar Gilberto Cavallini come 'quarto uomo' della strage del 2 agosto 1980, che fece 85 morti e oltre 200 feriti, le motivazioni di quella sentenza, scritte dal presidente della Corte d'Assise Michele Leoni, aggiungono altri tasselli alla ricerca della completa verità sulla storia 'infinita' dell'attentato alla stazione di Bologna, il più sanguinoso della storia del Dopoguerra italiano.
Cavallini  colpevole "anche nella sola ipotesi 'minimale' del contributo logistico e agevolatore dato dall'ospitalità da lui concessa al duo Mambro-Fioravanti", che insieme a Ciavardini sono già stati ritenuti responsabili, in via definitiva, dell'attentato.
  Per il giudice "il fatto che a 37 anni di distanza l'imputazione per la strage di Bologna sia di nuovo 'implosa' in un'ottica minimalista e 'spontaneista' che riconduce tutto alla dimensione autarchica di quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo (con le bombe, ma anche con il solito corteo di coperture e depistaggi) lascia perplessi, anche perché non si sa attraverso quale percorso istruttorio e/o processuale si sia approdati a ciò". Una lettura, questa, che va a braccetto con l'impostazione portata avanti dalla Procura generale di Bologna nel chiedere il rinvio a giudizio, come quinto esecutore della strage, dell'ex Avanguardia nazionale Paolo Bellini, e che vede non solo i Nar, ma tutta la destra eversiva dell'epoca, legata ai Servizi, impegnata in un'opera di destabilizzazione dell'ordine democratico. Cavallini, si legge nelle 2.118 pagine di una sentenza-trattato, "era tutt'altro che uno 'spontaneista' confinato in una cellula terroristica autonoma", scrive la Corte. E ancora: "Risulta chiaro che, con i suoi 'collegamenti', era pienamente consapevole dei disegni eversivi che coinvolgevano il terrorismo e le istituzioni deviate". Dalle motivazioni, che smontano gli alibi degli ex Nar definendoli "illogici", "contraddittori", "paradossali", emerge anche una dura critica all'impostazione della Procura di Bologna proprio legata all'inserzione del termine 'spontaneista' nel capo d'imputazione, che per Leoni ha "funzionato come clausola di sbarramento per una pronuncia di colpevolezza di Cavallini per strage politica o di Stato".

La sentenza, smonta anche il giallo dell'86/a vittima, sbandierato dalla difesa dell'imputato. "Non era possibile la dematerializzazione del corpo di Maria Fresu", ma un "dato incontestabile c'è: Maria Fresu era lì. Di lei sono stati trovati una borsa, una valigia, una giacchetta, i documenti". E' quanto scrive la Corte d'Assise di Bologna, a proposito del 'giallo' sui resti attribuiti per quattro decenni alla 24enne di Montespertoli, deceduta nello scoppio insieme alla figlia Angela, la vittima più piccola della strage, e che invece una nuova perizia ha stabilito non appartenere a lei, riscontrando tre profili di Dna diversi.

   "L'unica spiegazione razionalmente formulabile è che la Fresu, per la sua particolare posizione rispetto all'onda di sovrappressione" rilasciata dalla bomba, "ne sia stata travolta in pieno - sostiene la Corte - e che si stata altresì investita da massicci crolli di strutture, con l'effetto che il suo corpo sia stato smembrato e frammentato in maniera tale da non rendere più assimilabili i suoi resti, che possono essere andati a finire in contenitori residuali, poi dispersi". Resti umani sono stati infatti ritrovati nell'ex deposito militare dei Prati di Caprara dall'ingegner Danilo Coppe, incaricato della perizia esplosivistica, a 38 anni di distanza, ricordano i giudici.

La difesa di Gilberto Cavallini ha poi ipotizzato che i resti della Fresu siano stati a suo tempo sostituiti con quelli di un'altra persona che si voleva non fosse identificata: l'eventuale attentatore, "forse il palestinese (o qualcuno di equipollente), che stava trasportando la bomba altrove e che se la fece scoppiare in itinere. E' stato cioè ipotizzato - scrive la Corte - che vi sia stato un inquinamento delle prove".
   Ma per i giudici appare come incontenstabile "un'altra considerazione: nessuno poteva avere interesse a far sparire il cadavere di un'innocua e anonima viaggiatrice". Bisognerebbe quindi "inventarsi che l'immaginario inquinatore abbia fatto sparire oltre al cadavere della Fresu - prosegue la Corte - portato via per sbaglio, anche uno o altri cadaveri". In questo caso per ciò si troverebbe di fronte ad una "inverosomiglianza di un depistaggio immediato e contestuale ad un evento non programmato, e la impossibilità di identificare resti sparsi nello scenario di totale congerie del dopo-bomba". In conclusione, per la Corte, "non ci fu alcuna 86/a, 87/a, 88/a vittima".

 

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di Redazione web