Gioco
Montespertoli 1920, quando il fascismo venne respinto
Cento anni fa il paese diventò terreno di scontro durissimo tra i socialisti e il nascente squadrismo che da Firenze tentava di ampliare il raggio di azione
MONTESPERTOLI
Fu il primo tentativo da parte dei fascisti di conquistare il potere con la forza nella Valdelsa fiorentina. Cento anni fa Montespertoli si trasformò in un terreno di scontro durissimo tra i socialisti e il nascente squadrismo fascista, che aveva ormai preso piede a Firenze e stava provando ad ampliare il proprio raggio d’azione in tutta la provincia. Motivo della contesa, il successo ottenuto dal Partito socialista alle elezioni amministrative dell’ottobre 1920, che avevano decretato la maggioranza socialista in tutti i Comuni dell’Empolese Valdelsa. A Montespertoli come altrove, il risultato elettorale era stato accolto con entusiasmo da parte della popolazione, che aveva provveduto a issare sul Municipio la bandiera rossa. Secondo i resoconti dei giornali dell’epoca, le prime tensioni affiorarono durante la seduta di insediamento del nuovo Consiglio Comunale, a causa del Commissario regio (che tardava a formalizzare le consegne) e della minoranza dei popolari, che avevano chiesto di invalidare l’elezione di ben undici consiglieri. Fu appunto in questo braccio di ferro che si inserì l’intervento dei fascisti, con l’obiettivo di ribaltare il responso delle urne. Già nei giorni precedenti alle elezioni, alcuni fascisti di Montespertoli erano stati notati in compagnia un “pentito” camorrista ed ex sergente degli “arditi”. A questo gruppo, all’indomani delle elezioni, si unirono altri sei/sette fascisti giunti apposta da Firenze, tra i quali Amerigo Dumini, lo stesso che nel 1924 avrebbe sequestrato e ucciso Giacomo Matteotti.
Dopo la seduta del consiglio, il gruppo si recò in serata nel bar gestito da Severino Razzolini, padre di Romolo, consigliere socialista. Qui i fascisti intonarono l’inno degli Arditi e si lasciarono andare a provocazioni e minacce, facendo esplodere dei colpi di rivoltella e malmenando per strada un passante. Ultimo atto della loro scorribanda, la richiesta di togliere dal Municipio la bandiera rossa. A questo punto i socialisti, d’intesa con la Camera del lavoro e il nuovo sindaco Bini, proclamarono a mezzanotte lo sciopero generale. Nella notte “le Guardie Rosse” allertarono la popolazione, che rispose all’appello con una mobilitazione di massa. Obiettivo: difendere il Municipio, a ogni costo. “Centinaia di coloni armati di vanghe, zappe, falci e forconi” circondarono la Caserma dei Carabinieri, dove i fascisti avevano cercato riparo. Vennero quindi inviati a Montespertoli circa sessanta carabinieri di rinforzo e nel frattempo giunse a supporto del sindaco l’on. Pilati (socialista). Iniziava così una lunga trattativa. La tensione era alle stelle, e la situazione rischiò di degenerare alla notizia che una nuova squadra di fascisti (composta da una trentina di elementi) era partita da Firenze per liberare i fascisti rinchiusi nella caserma. I Carabinieri inviarono quindi una pattuglia alla “barriera delle due strade”, con l’ordine preciso di impedirne l’ingresso in paese. Alla fine, il Commissario regio acconsentì a effettuare le consegne, e i fascisti poterono uscire dalla Caserma scortati dai Carabinieri. I fatti di Montespertoli avevano dimostrato una cosa: senza il sostegno della forza pubblica, i fascisti non sarebbero mai riusciti a conquistare il potere nell’Empolese Valdelsa. Una lezione che avrebbero imparato molto presto. —
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