«Sopravvissuti all’eccidio ma abbiamo avuto una vita a metà»
Commemorata la strage dell’agosto 1944 nel Padule. I ricordi di chi scampò all’orrore, ma vide morire i familiari
CERRETO GUIDI. «I nostri zoccoli di legno erano impregnati di sangue, lasciavamo impronte, ovunque. Sentivamo i pianti, le urla. Una bambina di 13 mesi singhiozzava. “Vittoria, dammi da bere, ho sete”, rantolò. L’avevano uccisa, nessun futuro per lei. E, in fondo, neppure per noi».
Vittoria Tognozzi è una delle sopravvissute all’eccidio del Padule di Fucecchio. Con lei, ieri mattina, c’erano Tosca Lepori e Antonio Cavallini. Da quel 23 agosto 1944 – quando i nazifascisti trucidarono 174 civili tra anziani, donne e bambini – l’orrore non se lo sono più tolto dagli occhi. Lì, d’altronde, hanno perso tutto: i familiari, i loro affetti più cari. E, allora, bene che se ne parli. Bene che si racconti quel che fu l’eccidio del Padule di Fucecchio, uno dei crimini di guerra più efferati che la nostra storia locale ricordi.
La cerimonia unitaria per commemorare l’eccidio, ieri, è andata in scena al Giardino della Meditazione, in via della Prata, a Stabbia. Una parata di autorità civili, militari e religiose (tra cui il vescovo di San Miniato, monsignor Andrea Migliavacca, che ha celebrato la messa) per ricordare, tutti insieme, le vittime e, soprattutto, per non dimenticare tutta quella sofferenza.
«In questo luogo, caratterizzato da un silenzio particolare – esordisce la sindaca di Cerreto Guidi, Simona Rossetti – ancora possiamo sentire le urla. E proprio il rispetto nei confronti delle vittime ci impone di proseguire con il racconto di ciò che è stato, accompagnando questa cerimonia con un impegno ancora maggiore. È un nostro dovere perché, inevitabilmente, i testimoni diretti scompariranno con il passare del tempo. E, allora, dobbiamo affidare questo compito alle giovani generazioni, fondamentali per costruire una comunità ancora più solida sui valori della democrazia e del rispetto».
E, proprio in questa direzione, il senatore Dario Parrini, presidente della commissione affari costituzionali del Senato, ha lanciato la sua proposta.
«Soltanto in Toscana, furono 282 gli eccidi in cui persero la vita oltre 4.500 persone – spiega – Con il coinvolgimento della Regione Toscana, nel percorso di formazione civica degli studenti, è importante che ci sia uno spazio dedicato a un pellegrinaggio laico in questi luoghi. Basta venire qui, infatti, per capire. Mettiamoci al lavoro perché sarebbe davvero un gran bel progetto. Perché tutti noi abbiamo il dovere di ricordare».
Quello stesso ricordo che i sopravvissuti all’eccidio e i loro familiari stanno portando avanti, ormai da diversi anni.
«Dov’era l’uomo quando succedevano queste stragi immani? – dice, emozionato, Antonio Cavallini – Noi abbiamo avviato un percorso con altri sopravvissuti e, parlando di giustizia, ci siamo innamorati di questa parola. Abbiamo intrapreso un cammino per il risarcimento e abbiamo anche avuto un incontro in Regione, qualche tempo fa. Ci era stato detto che gli uffici legali dell’ente ci avrebbero aiutato ma, ad oggi, non abbiamo avuto risposta. Speriamo che non sia il Padre Eterno a darcela, visto che il tempo corre».
Non che il denaro possa rappresentare una cura, ma i sopravvissuti vogliono che almeno sia loro riconosciuta un po’ di giustizia. Tommaso Fattori, candidato governatore di Toscana a Sinistra, proprio ieri ha chiesto che la Regione si schieri per far avere i risarcimenti.
Niente, però, potrà cambiare le cose. Come sottolinea Tosca Lepori: «I tedeschi hanno ucciso i miei nonni sotto i miei occhi. Io, invece, sono “morta” con mia madre, che aveva solo 26 anni. Siamo sopravvissuti all’eccidio, è vero. Ma abbiamo vissuto una vita a metà». –
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