Attenzione
«Non ho ucciso io Erika» La difesa dello spacciatore
Emir Achour è stato catturato mercoledì in zona stazione dopo nove mesi di fuga Avrebbe venduto la droga presa dalla 19enne morta in discoteca a Sovigliana
/ LIVORNO
È spaventato e confuso, ma non smette di professare la sua innocenza. Si esprime in un italiano sbilenco, ma conosce abbastanza parole per dire che non ha venduto lui la pastiglia di ecstasy a Erika Lucchesi, la 19enne di Livorno morta nella discoteca Mind di Sovigliana, nel comune di Vinci, il 20 ottobre di un anno fa.
Emir Achour, tunisino di 28 anni catturato dopo nove mesi di fuga poco dopo la mezzanotte di mercoledì in un’abitazione di via Pannocchia, in zona stazione, si trova ora nel carcere delle Sughere; è destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Firenze per spaccio di sostanze stupefacenti e morte come conseguenza di altro delitto.
«Non ricordo di aver venduto la droga a Erika, non l’ho uccisa io», ha detto Achour subito dopo l’arresto. Lo spacciatore, con precedenti legati al mondo della droga, senza fissa dimora, è difeso dall’avvocato Massimo Parenti. «È molto confuso, ma respinge fermamente ogni accusa. Aspettiamo di leggere gli atti con attenzione per capire come muoverci. Voglio parlare serenamente con lui e ascoltare la sua versione dei fatti», dice l’avvocato. Emir Achour verrà interrogato questa mattina alle 10 dal gip di Firenze.
L’interrogatorio avverrà attraverso la piattaforma telematica Teams, che permette di dialogare a distanza, tramite computer. L’inchiesta per la morte di Erika Lucchesi vede coinvolte altre due persone: sono il livornese Matteo Nerbi, 21 anni, che, secondo una prima ricostruzione avrebbe a sua svolta smerciato la droga presa dal fornitore, e Antonietta Abruzzese, 48 anni, legale rappresentante della discoteca “Mind”.
La sera del 19 ottobre, Matteo Nerbi e tre amiche, tra le quali Erika Lucchesi, erano saliti su un treno direzione Empoli, dalla stazione di Livorno. La serata in discoteca e poi, dopo le 3, il malore avvertito dalla giovane livornese, vicino alla pista da ballo. La famiglia di Erika sostiene che i suoi amici, in un primo momento, abbiano ignorato le richieste di aiuto della ragazza. La situazione in un secondo momento si è fatta più grave, con due uomini del personale della discoteca che, viste le condizioni di salute precarie della giovane, hanno cominciato le operazioni di respirazione e massaggio cardiaco, coordinate in un secondo momento dai soccorritori del 118, allertati e quindi arrivati sul posto. Anche per quanto riguarda i soccorsi, la mamma di Erika, Barbara Bernardoni, nei giorni scorsi su Facebook ha espresso le sue perplessità, facendo riferimento all’assenza di un medico sui mezzi di soccorso intervenuti quella maledetta sera di nove mesi fa. Nerbi, così come Emir Achour, si professa innocente. In particolare, l’amico di Erika sostiene di non aver ceduto la dose di ecstasy alla ragazza.
Al suo avvocato, Francesco Atzeni, ha riferito di aver assunto la sostanza, ma di non averla data a Erika, deceduta per arresto cardiaco. Ora resta da capire soltanto la linea difensiva dello spacciatore tunisino. Lo stesso che, dal 20 ottobre, si è reso irreperibile per più di 250 giorni. —
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