Il Tirreno

Empoli

«Io prigioniera su un’isola abbandonata e poi finita in cella all’aeroporto di Mosca»

Giulio corsi
«Io prigioniera su un’isola abbandonata e poi finita in cella all’aeroporto di Mosca»

L’avventura di Annalisa Caputi, assicuratrice che a febbraio era partita per una vacanza in barca nell’Oceano Indiano «Due della comitiva hanno avuto la febbre: l’esercito delle Maldive ci ha tenuto in quarantena in mare, poi in un capannone»

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il racconto

Giulio corsi

Doveva essere la vacanza della vita. È diventato un film. Annalisa Baracchini Caputi, livornese, 54 anni, subagente delle Generali, appassionata di immersioni, nipote di Adriano Baracchini Caputi, pittore post macchiaiolo allievo di Guglielmo Micheli, era partita il 27 febbraio per Addu, l'atollo più meridionale della Repubblica delle Maldive, l'unico, insieme all'isola Fuvahmulah, che si estende a sud dell'equatore, nell'emisfero australe.

«Sognavamo di incontrare gli squali tigre e i pinna bianca intorno alle barriere coralline. 15 giorni su una barca safari in un atollo sperduto nel Pacifico, fuori dal mondo. Siamo tornati dopo un mese e mezzo e un’esperienza pazzesca, prima in quarantena in mezzo al mare, scortati dalla polizia maldiviana, poi controllati a vista dall’esercito su un’isola deserta, e infine chiusi in una cella dell’aeroporto di Mosca», racconta l’assicuratrice dalla sua casa livornese dove è rientrata pochi giorni fa e dove sta passando l’ennesima quarantena col fidanzato Carlo Terreni, di Empoli.

Il viaggio era iniziato bene: «Sembrava una favola. Siamo partiti con questa barca in grado di portare 16 sub. I primi 10 giorni sono stati fantastici, ma le notizie che arrivavano dall’Italia iniziavano a preoccuparci: stava scoppiando l’emergenza Covid. A bordo tra l’altro doveva arrivare un secondo gruppo di italiani. Sui giornali, dal telefonino, leggevamo che stavano chiudendo gli aeroporti: abbiamo sperato che la nuova comitiva non arrivasse e invece, non sappiamo come, quei nuovi compagni di viaggio sono riusciti a partire lo stesso. Venivano dal Veneto: dopo 3 giorni a bordo, uno di loro aveva la febbre altissima e il ragazzo che era in cabina con lui pure».



«A quel punto – racconta - abbiamo avvisato le autorità. Ci hanno mandato un’imbarcazione della polizia a sorvegliarci. In poche ore siamo finiti su tutti i telegiornali locali e la nostra barca è diventata la barca degli appestati».

Nessuno a bordo poteva immaginare che l’avventura era solo all’inizio.

«Ci hanno chiesto di trasferirci a Fuvahmulah, più a nord: è un’isola con fondali molto alti dove non potevamo gettare l’ancora. Quando siamo arrivati hanno chiuso il porto e ci hanno impedito l’attracco. Per 10 ore siamo rimasti col motore acceso col rischio di finire la benzina. Ad un certo punto abbiamo deciso di andarcene, di scappare, con rotta verso Male, la capitale. Non sapevamo se ci avrebbero inseguiti: avevamo avvisato il consolato italiano e la console Giorgia Marazzi. Passato l’equatore, siamo arrivati a Suvadiva, regno degli squali balena e delle tartarughe. Lì ci ha presi in carico il governo maldiviano: sono saliti a bordo e hanno fatto il tampone ai due ragazzi che ancora avevano la febbre. Quando è arrivata la risposta della loro positività, sono venuti a prenderli e li hanno portati via, in un ospedale da campo allestito su un’altra isola mentre noi abbiamo continuato la navigazione verso la capitale, dove speravamo di prendere un aereo e tornare a casa».



Il viaggio è stato infinito. «Ad ogni atollo ci scortavano con imbarcazioni che ci accompagnavano fino all’atollo successivo, fino a quando il governo maldiviano ci ha fatto sapere che ci avrebbero messi tutti in quarantena. Così, come veri e propri deportati, ci hanno fatto sbarcare a Villivaru, in una zona dell’isola abbandonata da 30 anni, piena di immondizia, adibita in fretta e furia per noi».

L’immagine di una deportazione alle Maldive sembra un ossimoro e invece… «Avevano ricavato delle camerette all’interno di un capannone. Davanti avevano alzato una rete, sulla sabbia, oltre la quale non potevamo andare. Una prigione. Il mare era a pochi metri, ma non potevamo arrivarci. E così, controllati dall’esercito, mangiati dalle zanzare, siamo rimasti per giorni».

«Per passare il tempo avevamo organizzato partite di bocce con le noci di cocco cadute dagli alberi. Ma il tempo non passava: la temperatura si aggirava tra i 30 e i 35 gradi con un tasso di umidità del 90%. L’aria era irrespirabile: per disinfestare l’isola dalle zanzare vaporizzavano il gasolio. E soprattutto avevamo paura di ammalarci: ogni ora ci chiedevamo di toccarci la fronte l’un l’altro per capire se avessimo la febbre, se avessimo contratto il virus. La felicità era avere un rotolo di carta igienica. L’unica cosa che non mancava era il cibo, ce ne portavano in quantità, a patto che ci piacesse pollo al curry e riso. Lo abbiamo mangiato per tre settimane. I primi giorni non avevamo neanche internet, poi abbiamo inscenato una protesta e ci hanno permesso di collegarci a una rete. È così che abbiamo scoperto che avevano tagliato tutti i voli per l'Italia: il nostro dubbio era quanto tempo ci avrebbero tenuto ancora lì e come saremmo riusciti a rientrare».



La buona notizia è arrivata quando Annalisa e i suoi compagni di viaggio hanno scoperto che Aeroflot, la compagnia aerea di bandiera russa, aveva organizzato una serie di voli dalle Maldive per Mosca con connessioni anche per l’Italia. «Dovevamo finire la quarantena la domenica e abbiamo comprato i biglietti per il lunedì, quando Aeroflot ha annunciato di aver tagliato i voli: l’ultimo sarebbe stato il venerdì. Tramite la console italiana, si è mossa l’ambasciata italiana di Colombo nello Sri Lanka. “Preparatevi, domani partite”, ci hanno detto. Sembrava la fine di un incubo. Come un premio, l’esercito ci ha permesso di fare il bagno in mare. È stata una liberazione».

Il giovedì sera una barca militare è partita dall’isola di Villivaru. «Ci hanno portato a Male. L’aeroporto era deserto. Sull’aereo per Mosca c’erano 400 persone. L’unica cosa che il governo maldiviano ha fatto prima di farci partire è stato il tampone per il Covid, ma non hanno aspettato di comunicarci i risultati, prima di farci partire. Poco prima di atterrare su Mosca abbiamo notato una grande agitazione a bordo e abbiamo capito: era arrivata la comunicazione al pilota che nel nostro gruppo c'erano due persone positive».

Atterrati, le hostess hanno fermato a bordo il gruppo di italiani e fatto scendere gli altri passeggeri. «Ci siamo affacciati ai finestrini e abbiamo visto un cordone di polizia che ci aspettava. Avevano recintato l’aereo con un nastro. Poi ci hanno fatto scendere e ci hanno caricati su un pulmino. Ci hanno scaricato in una cella per ospiti indesiderati».

«Mai in vita mia - continua Annalisa - avrei pensato di finire in galera in Russia. Eravamo in infradito e pantaloncini, fuori c’erano 5 gradi sotto zero. Abbiamo allertato l’ambasciata italiana di Colombo che si è messa in contatto con quella di Mosca. Ogni ora che passava sembrava un anno. Il bagno era imbarazzante, uno per tutti. Le telecamere ci sorvegliavano. Ci hanno tirato del cibo. Verso le 5 la mattina, l’ambasciatore italiano in Russia ci ha scritto che saremmo partiti. I russi avevano capito che era meglio rimandarci tutti a casa. Come i peggiori delinquenti ci hanno scortati fino a bordo e siamo tornati a Roma. Quando l'aereo ha decollato ho pianto dalla gioia». —



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di Redazione web