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I lavoratori dell’agroindustria chiedono maggiori garanzie
La Flai Cgil richiama l’attenzione sul mancato rispetto delle distanze di sicurezza e sulle dotazioni insufficienti di igienizzanti e mascherine
EMPOLI. Prevenzione, rispetto delle misure di sicurezza e un tavolo permanente tra le aziende e le Rsu per concordare l'organizzazione. La richiesta della Flai Cgil, la confederazione dei lavoratori dell'agroindustria, dell'Empolese Valdelsa è quella della massima attenzione sul fronte della salute per un comparto che – al netto delle eventuali prossime restrizioni alla produzione – non può chiudere. In un clima che è tutt'altro che disteso. Anzi, le preoccupazioni ci sono eccome. Anche perché all'interno degli stabilimenti spesso rispettare le distanze è molto complicato e i supporti, come le mascherine, sono contingentati e non è possibile cambiarli con la costanza che viene prescritta.
E così gli igienizzanti, che ci sono ma in quantità non sempre adeguata. Sono circa 1.200 nel circondario i lavoratori dell'industria alimentare. Un esercito chiamato ad affrontare l'emergenza in prima linea. Si tratta delle imprese che lavorano con la grande distribuzione, tra grandi marchi (Sammontana, D+F, Inpa, Cerealia in primis) e realtà più piccole. A loro il sindacato si è rivolto perché vengano aperti al più presto dei tavoli permanenti ai quali far partecipare le rappresentanze dei lavoratori. Perché proprio questi ultimi sono coloro a cui, in tempi di allarme generalizzato per la salute, viene richiesto uno sforzo e un impegno enormi.
«C'è grande preoccupazione – spiega Alessandro Cioni, funzionario della Flai Cgil – perché i lavoratori sono consapevoli che devono continuare a produrre per il bene di tutti, ma allo stesso tempo non è facile rispettare le norme imposte dai decreti del governo. Ci sono procedure che prevedono la presenza di tre-quattro persone in un metro quadrato e comunque non sempre è possibile mantenere le distanze adeguate. E anche le dotazioni di igienizzanti e mascherine non sono sufficienti: queste ultime, ad esempio, andrebbero cambiate dopo alcune ore, ma per il momento non ce ne sono abbastanza. Per questo chiediamo che i lavoratori siano coinvolti nell'organizzazione delle misure di sicurezza, che riguardano per primi loro».
Anche perché, al pari di tutti gli altri, spesso a casa hanno familiari anziani o con patologie. E la prospettiva di continuare ad andare avanti, nonostante tutto, non può che destare preoccupazione. «Pur in un momento di emergenza come questo – prosegue Cioni - il messaggio che deve essere chiaro è che la produttività non può essere anteposta alla salute e alla sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici. Le aziende per ora si sono mostrate attente, ma ci sarà bisogno di sfalsare i turni e di trovare un'alternativa alle mense interne».
Il comparto agroalimentare, però, non ha una sola faccia al tempo del coronavirus. Accanto alle aziende che producono per la grande distribuzione e che quindi hanno ordinativi invariati quando non incrementati, ce ne sono altre – quelle ad esempio che lavorano per le mense o per bar e ristoranti – che stanno soffrendo e non poco. Non mancano casi di imprese che già hanno fatto richiesta di cassa integrazione, in un settore che in questi anni ha retto meglio alla crisi e che raramente sul territorio aveva mostrato segnali di cedimento. La preoccupazione, è che dopo la stretta imposta agli esercizi commerciali mercoledì scorso questo trend si acceleri. «In questi casi il governo, come ha annunciato, non potrà fare a meno di intervenire a difesa del lavoro e dei lavoratori colpiti». .
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