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L’ultimo partigiano «Racconto ai ragazzi la liberazione dai nazifascisti»
Rolando Fontanelli, 95 anni, è uno dei 530 volontari che il 13 febbraio 1945 partirono per combattere i tedeschi
EMPOLI. È rimasto di fatto da solo a poter raccontare oggi l'esperienza partigiana di Empoli. Rolando Fontanelli, 95 anni, è uno dei 530 volontari che il 13 febbraio 1945 partì da piazza del Popolo per unirsi al Corpo Volontari della Libertà e quindi alla Resistenza al nazifascismo. Negli ultimi anni, su invito dell'Anpi, sta incontrando gli studenti del territorio per tramandare ai più giovani la storia di quei giorni. “Il Tirreno” lo ha intervistato per raccogliere a propria volta la sua testimonianza.
Come aveva vissuto i momenti prima della partenza?
«Nell'Empolese la maggior parte delle persone era comunista. Avevo 19 anni, avevamo passato tutte le vari stragi naziste, da Sant'Anna di Stazzema al Padule di Fucecchio. Dopo il fascismo la gente voleva ribellarsi a chi l'aveva portata alla fame e alla disperazione. Quando ci dettero la possibilità di farlo, a Empoli ci fu un'ondata di persone pronta a partire. Il Cln clandestino era sempre in contatto con la zona, tramite le sue staffette».
Come vivevate quei giorni?
«A Empoli c'era gente in galera e in esilio. Mio padre Angelo fu perseguitato dai fascisti. Abitavamo a Santa Maria, vicino a Remo Scappini: ricordo bene come i fascisti bastonassero suo padre per capire dove lui si fosse rifugiato, nel periodo in cui si occupò di coordinare le brigate partigiane nel genovese. Una volta liberata, Empoli iniziò a riorganizzarsi: riaprirono le fabbriche e le vetrerie. Si sarebbe stati bene anche a casa per aiutare nella ricostruzione. Però io e tutti quei 530 empolesi volevamo partire per far finire definitivamente la guerra in tutto il Paese. La Linea Gotica era l'ultimo baluardo prima di un'invasione della Germania. Fu una guerra tremenda, la Linea fu sfondata solo con il sacrificio di tanti».
Dove eravate rifugiati prima di partire?
«Sulla cima del Montalbano. Lì non c'erano formazioni partigiane, ma tanti gruppi di persone che non si presentavano alla leva e rischiavano la fucilazione. Ci nascondevamo nei casolari e in capanne nel bosco. Prendemmo contatti con le formazioni del pistoiese e del pratese. Avevamo ordine di non attaccare assolutamente, onde evitare rappresaglie. Aiutavamo la popolazione in momenti difficili, come accompagnare i malati a Carmignano in una villa adibita a ospedale».
Come la presero i suoi genitori quando disse che sarebbe partito?
«Come un genitore apprensivo di oggi. Ma sapevano che avrei fatto quello che mi pareva. Mio fratello Mauro, per esempio, non ne voleva sapere. Io e altri coetanei ci trovammo alla casa del fascio di Santa Maria, Togliatti dette l'input e ci fu entusiasmo. A quel punto partimmo».
Veniamo a dopo il 13 febbraio 1945. Cosa successe?
«Mi avevano dato come nome di battaglia “Il magro”, ero alto un metro e settanta e pesavo 52 chili. Andammo a Roma dove ci dettero vestiti ed equipaggiamento, dividendoci in varie divisioni. Nella “Friuli”, che liberò Bologna, era presente Dario Del Sordo, recentemente scomparso. Io ero nelle divisione “Cremona” come tanti altri di Empoli come Reno Cecchi e Ricciotto Sani. Fummo destinati al ravennate, lungo il fiume Senio. Siamo stati per una decina di notti dentro alcune buche a fare la guardia, quando sull'altra riva c'erano i tedeschi. Eravamo con i canadesi: un giorno arrivò l'ufficiale e ci comunicò che la mattina seguente avremmo oltrepassato il fronte. Quella notte non dormì nessuno. A fine giornata riuscimmo a conquistare le linee tedesche».
Come proseguì nei giorni successivi?
«Il giorno dopo ci fu la liberazione di Alfonsine. Ci fu una gran festa perché noi che arrivammo in paese eravamo italiani come loro. Si sono create amicizie e più volte sono tornato negli anni. A seguire liberammo Lugo di Romagna, Rovigo, Pieve di Sacco, Abano Terme, fino al padovano. Ci tengo a precisare che qualsiasi azione eroica può essere importante se fatta tutti assieme, in maniera collegiale. Non mi sono mai sentito un eroe, ma un uomo al servizio degli altri».
Solo negli ultimi anni lei ha deciso di incontrare gli studenti. È cosi?
«Sono andato solo superati i 90 anni, quando mi hanno chiamato dall'Anpi. I ragazzi devono conoscere non tanto le dinamiche della guerra quanto i motivi per cui ci siamo ribellati all'epoca. A loro consiglio di studiare tanto, lavorare per il bene comune e lasciare stare le droghe». —
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