Il Tirreno

Empoli

processo alla storia 

Furto d’avvenire, assolto Farinata degli Uberti

Paolo Santini
Un momento del processo al condottiero Farinata degli Uberti che è stato celebrato ieri pomeriggio nella sala teatro Il Momento a Empoli
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Un momento del processo al condottiero Farinata degli Uberti che è stato celebrato ieri pomeriggio nella sala teatro Il Momento a Empoli

La sentenza della giuria formata da 11 empolesi e un fiorentino (Eugenio Giani) è stata pronunciata davanti a 300 persone

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EMPOLI. “Vista la dichiarazione della nobile giuria, dichiariamo Manente Jacopo degli Uberti detto Farinata (1212-1264) innocente per il reato di furto d’avvenire, avendo non solo salvato la Tuscia dai pericoli di un Papato dominante, ma consegnando all’eternità la perla di Fiorenza, custode di valori e libertà e protettrice del benessere di tutti. Empoli compresa, cui fu risparmiato d’esser scenario di guerre tra fazioni, scempi e tradimenti e anzi ricevette in dono da Fiorenza proprio la pace che tutt’oggi regna”.

Queste le parole della sentenza di assoluzione, proclamata all’unanimità per alzata di mano davanti a oltre trecento persone accorse al Teatro il Momento di Empoli, da una giuria composta da 11 empolesi e un fiorentino (Eugenio Giani, presidente del consiglio regionale), e per ciò non scontata fino all’ultimo, nei confronti di uno dei protagonisti della storia della città gigliata e della Toscana intero. Un processo istruito con un dibattimento pubblico con tanto di accusa e difesa, e una serie di sei testimoni, tre per parte, fra i quali per citarne solo alcuni Gualdrada Donati, Neri degli Uberti, e nientemeno che Dante Alighieri in persona.

L’occasione è stata quella della celebrazione del 755esimo anniversario della morte di Farinata, avvenuta a Firenze l’11 novembre del 1264. Neanche un lustro era trascorso dall’evento che lo aveva definitivamente consacrato come condottiero magnanimo consegnandolo alla posterità e alla storia circondato da un’aura di leggenda, il “congresso” ghibellino di Empoli, indetto all’indomani della sconfitta guelfa a Montaperti il 4 settembre del 1260; l’episodio che la storia e la sempre viva tradizione orale vogliono si sia svolto proprio a Empoli - e proprio nel palazzo ghibellino - è quello narrato anche da Dante nella Commedia e celebrato in tempi moderni attraverso l’apposizione di una lapide con incisa la celebre terzina dantesca - “Ma fu’ io sol colà dove sofferto fu per ciascun di tòrre via Fiorenza colui che la difesi a viso aperto” (Inferno, canto X)- sulla facciata dello stesso palazzo e soprattutto attraverso l’intitolazione della piazza più importante della città, deliberata nel 1881, alla figura storica di Farinata.

Durante il congresso ghibellino di Empoli, in cui si erano riuniti tutti gli alleati avversi ai fiorentini per decidere le sorti della città, rocca difensiva dei Guelfi, Farinata, di fronte alla volontà espressa dalla maggioranza dei convenuti di radere al suolo Firenze, si erse a difesa della città gigliata minacciando addirittura di difenderla con le armi se necessario. Farinata è il simbolo degli spiriti energici, magnanimi e capaci di azioni nobili e disinteressate, il simbolo di chi crede in ideali da difendere a tutti i costi sacrificando personalismi ed egoismi. Tuttavia, il tema del processo è stato introdotto con la cruciale domanda: quale sarebbe stato il futuro di Empoli, già allora fiorente e vivace, se fosse stato dato seguito alla volontà dei ghibellini di radere al suolo Firenze? Insomma, se Farinata non si fosse proposto come difensore della sua città, Empoli sarebbe divenuta la nuova Firenze? Non lo sapremo mai, ma una cosa è certa: di lì a poco Firenze sarebbe divenuta la città più straordinaria, più potente e più bella del mondo. Anche per gli empolesi.

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