Il Tirreno

Empoli

il caso 

L’Asl paga 900mila euro di risarcimento per la morte della donna incinta in corsia

Marco Pagli
L’Asl paga 900mila euro di risarcimento per la morte della donna incinta in corsia

Il decesso di Barbara Squillace, 42 anni, nel luglio 2018 al San Giuseppe. Ancora aperto il processo penale per tre medici

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L’Asl Toscana Centro risarcisce con 900mila euro la famiglia di Barbara Squillace, la donna di Spicchio che morì il 18 luglio 2018 all’ospedale San Giuseppe alla quarta settimana di gravidanza.

Nel giugno scorso, infatti, «i familiari della paziente deceduta all’ospedale di Empoli hanno richiesto il risarcimento dei relativi danni – si legge nella delibera, che risale a pochi giorni fa, in cui si dà il via libera alla liquidazione della somma – ritenendoli riconducibili ad una presunta responsabilità aziendale».

Una richiesta che non rientra nelle coperture assicurative e che ricade nel sistema di gestione diretta del rischio per responsabilità civile. Alla famiglia, dunque, andranno 900mila euro «a saldo, stralcio e totale soddisfazione di ogni pretesa».

Ma la vicenda non è ancora chiusa, almeno dal punto di vista penale. Tanto che giovedì scorso si è tenuta la prima udienza del processo che vede imputate le tre dottoresse, all’epoca dei fatti in servizio nel reparto di ginecologia dell’ospedale, accusate di aver sbagliato la diagnosi relativa a Barbara Squillace.

La donna, 42enne al primo mese di gravidanza, venne ricoverata per una ipermesi gravidica nel luglio dello scorso anno.

Il 10 si era recata al pronto soccorso lamentando forti dolori addominali, ma fu inizialmente rimandata a casa. Solo tre giorni dopo fu disposto il ricovero per l’aggravarsi delle sue condizioni. La paziente, in base alle risultanze dell’inchiesta condotta dalla procura di Firenze, aveva addome teso, nausea e crampi. Cinque giorni dopo, la morte, apparentemente improvvisa.

Ad accorgersi della tragedia, avvenuta nella stanza d’ospedale, fu un’ostetrica durante il consueto giro della mattina. L’autopsia, disposta immediatamente dalla procura, stabilì che la diagnosi fatta dalle dottoresse – che adesso si ritrovano accusate di omicidio colposo – era sbagliata, dal momento che a provocare il decesso era stata un’occlusione intestinale.

Così il gup di Firenze, Fabio Frangini, nel maggio scorso ha disposto il rinvio a giudizio per le tre professioniste in servizio al San Giuseppe, che nei giorni del ricovero di Barbara Squillace avevano trattato il suo caso. L’inchiesta che seguì alla tragedia rilevò, infatti, anomalie nel decorso clinico e «condotte sanitarie incongrue». Secondo l’accusa, la donna poteva essere salvata se fosse stata curata per quell’occlusione intestinale che l’aveva portata a rivolgersi al pronto soccorso di Empoli e ad essere ricoverata tre giorni dopo.

Per il pubblico ministero i tre medici dimostrarono imperizia, ignorando tra l’altro le linee guida dell’American college of obstetricians and gynecologists (Acog) riguardo a nausea o vomito in gravidanza, in base alle quali la diagnosi di iperemesi gravidica deve essere effettuata per esclusione di altre e più gravi patologie organiche.

Contestualmente al processo penale nei confronti delle tre dottoresse, la famiglia ha deciso – come accennato – di procedere con la richiesta all’azienda sanitaria di un risarcimento per la gravissima perdita subita.

La procedura è stata avviato nel giugno scorso e nel frattempo l’Asl, una volta espletata l’istruttoria, ha chiesto il proprio parere al Comitato Regionale Valutazione Sinistri, che ha espresso il proprio assenso al risarcimento all’inizio di ottobre scorso. La somma proposta per la definizione transattiva è stata di 900mila euro e in questi giorni è arrivata la delibera che dispone il pagamento in favore dei familiari.

Inoltre è stato deciso il ritiro della costituzione di parte civile nel processo penale. –



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