Gioco
Il frate che volle ricostruire Gerusalemme a San Vivaldo
Nel Cinquecento un francescano ebbe l’idea di creare questo luogo di devozione In corso la mostra dei dipinti di Fabio Calvetti che dialogano con le opere robbiane
montaione. La Gerusalemme di San Vivaldo. La visitano tanti tedeschi, ci vanno i francesi, gli olandesi. Meno gli italiani. Gli abitanti della zona ci vanno a fare le passeggiate, ci prendono il fresco d’estate risalendo il colle da Montaione, da Certaldo, ma è raro che entrino nelle cappelle, ancora più raro che si mettano ad ammirare la vita e passione di Cristo dipinta e scolpita dentro le 22 cappelle devozionali. Sono opere di maestri delle botteghe fiorentine come Giovanni Della Robbia, Agnolo di Polo, Benedetto Buglioni. Date un occhio veloce su Google Maps. È a due passi da Montaione. Poco lontano da Empoli, da Firenze. È una meraviglia di pellegrinaggio a due passi da casa. È una meraviglia poco conosciuta la Gerusalemme di San Vivaldo. . «A distanza di cinque secoli, quando l’hanno costruita, pochi sanno che la Gerusalemme di San Vivaldo è un unicum nel suo genere», dice il sindaco di Montaione Paolo Pomponi. Lui che si è speso per il Sacro Monte pure con papa Francesco in udienza privata a novembre, consegnandogli un libro su San Vivaldo. L’unicità del posto sta in questo. «San Vivaldo è l’unico sito devozionale in Italia realizzato in scala ricalcando, quasi alla perfezione, la topografia della Gerusalemme dell’epoca», spiega Federico Cioni dell’Ufficio Turismo del Comune di Montaione.
Facciamo allora un po’ di storia. Sono i primi del Cinquecento. Si respira una bella aria di Rinascimento in Toscana. A Firenze operano geni universali come Leonardo da Vinci, Michelangelo. C’è anche un giramondo di frate francescano, convertitosi alla fede cristiana dopo una gioventù di bagordi, tale fra Tommaso da Firenze, che c’ha una fissa. Vuole rifare la Gerusalemme del tempo in Toscana. Quella vera è in mano ai turchi musulmani. Non ci si può mettere piede. Se uno ci prova, o si viene catturati o si viene ammazzati. Così fine viaggi dei pellegrini cristiani in Terra Santa.
Ecco allora che fra Tommaso vuole rifare una Gerusalemme in piccolo vicino a Firenze. Dove andare a pregare. Dove riscoprire le fonti della fede. E trova San Vivaldo. «Sì, San Vivaldo. Quale posto migliore!», deve aver pensato quando ha perlustrato la zona. Il convento dei frati minori c’è già. Fra Tommaso identifica a Est del convento una valle boscosa, che rassomiglia alla valle di Giosafat, più a Sud c’è un rilievo ideale a rappresentare il Monte degli Ulivi, poi a Nord ecco un ripiano naturale: può rappresentare la spianata del tempio. Mentre poco più in là, una collinetta viene a formare il Monte del Calvario. Dall’idea di fra Tommaso viene realizzato in una ventina d’anni tutto il complesso delle cappelle. Ed è ancora valida l’indulgenza di papa Leone X, concessa proprio per San Vivaldo.
Oggi ci sono il vecchio e il nuovo. Ci sono i dipinti e i gruppi scultorei di scuola robbiana che dialogano con i dipinti di un artista contemporaneo, Fabio Calvetti, originario di Certaldo. Le sue opere sono ammirate in mezzo mondo: Cina, Giappone, Corea del Sud. Ma in Italia è poco conosciuto. Un po’ come San Vivaldo. Eppure Calvetti è tra gli artisti più originali della pittura figurativa. «E con Trasumanar (questo il titolo della sua mostra a San Vivaldo, nda) non fa una semplice giustapposizione di antico e moderno, ma chiede ai corpi e ai volti robbiani di accettarlo come interlocutore», spiega Cioni. Insomma, ci sta proprio una gita fuoriporta a San Vivaldo. —
Samuele Bartolini
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