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Chiude La Falegnami, il presidente: «Vi spiego le cifre che ci hanno messo in ginocchio»

Daniele Dei
Chiude La Falegnami, il presidente: «Vi spiego le cifre che ci hanno messo in ginocchio»

Parla Bertini, presidente del consiglio di amministrazione. 57 dipendenti al lavoro «e abbiamo fatto anche l'impossibile, ma non c'è futuro»

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CASTELFIORENTINO. L'orgoglio di chi ha fatto di tutto per tirare su le sorti di un'azienda che dal 2014 a oggi non ha avuto più segnali di ripresa. È quello che Federico Bertini, 60 anni, presidente del cda de “La Falegnami Italia Srl” di Castelfiorentino, vuol mostrare per far capire meglio come sono andate le cose all'interno del mobilificio di via Niccoli, specializzato in camere e camerette, il quale lo scorso venerdì ha presentato una lettera formale per avvio della procedura di cessazione attività produttiva.

Bertini ha accettato di parlare a “Il Tirreno” dopo alcuni giorni in cui, al comunicato del sindacato Cgil, hanno fatto eco varie note stampa di esponenti politici locali. L'ingegnere è in azienda dal 1991 e, dal 1999, ne è il legale rappresentante. Detiene il 49% delle quote, mentre il restante 51% è in mano ad altri sette soci, tra cui gli eredi del fondatore Marcello Isolani. 

Ci faccia capire: in questi giorni l'azienda sta lavorando? 

«Siamo a piena occupazione e a regime, in ditta ci sono 57 dipendenti, e non 47 come comunicati dal sindacato. Ho visto pubblicate immagini con striscioni e bandiere di fronte all'azienda, ma sono relative agli anni precedenti. Questo ha creato allarmismo ingiustificato, quando l'azienda continua a produrre. Finché sarà in corso la trattativa sindacale, a livello produttivo saremo nella piena regolarità».

Lei come sta vivendo questo momento?

«Le parole del sindacalista Marco Carletti hanno infangato la mia persona e l'azienda. In questi anni, pur ricevendo parole pesanti dalla Cgil, non ho mai né ribattuto, né espresso giudizi negativi nei loro confronti. Qui si è passato il limite, siamo sul filo della diffamazione. E poi ho letto interventi di politici che non si sono mai visti in azienda e non conoscono i dati del mercato. Qui non mi riferisco al sindaco Alessio Falorni e alla deputata Laura Cantini, che invece hanno sempre dedicato tempo alle vicende de “La Falegnami”».

Come ha agito l'azienda in questi anni?

«Ha realizzato prodotti splendidi, dal design contemporaneo, con un'alta qualità riconosciuta nel settore. Abbiamo condotto ricerca e sviluppo continuamente, dal 2009 abbiamo riconvertito tutta la produzione in maniera “green”. Per dare dei numeri, dal 2002 al 2012 sono stati investiti tre milioni di euro in tecnologia. Con la riconversione a basso impatto ambientale i nostri camini hanno emesso 4 milligrammi per metro cubo di solventi con un limite di legge di 100. Abbiamo utilizzato legno vero, vernici prevalentemente a base acqua, elementi anche di benessere per il consumatore. In azienda abbiamo investito in sicurezza, non ci sono stati infortuni negli ultimi anni».

Tutto questo però non ha dato i frutti sperati.

«Nel 2005 producevamo 9300 armadi all'anno con 94 dipendenti a tempo indeterminato. Nel 2014 siamo scesi a 2440 armadi con 90 dipendenti a tempo pieno. L'azienda non ha mai fatto licenziamenti. Siamo arrivati ai 57 attuali con raggiunti limiti di età pensionabile, dimissioni, licenziamenti volontari con buonuscita e due anni di mobilità. Negli ultimi quattro anni abbiamo perso 3,3 milioni di euro. A che dice che sto scappando, rispondo che invece sono qui come ci sono sempre stato: ho pagato regolarmente gli stipendi tutti i mesi e i fornitori artigiani esterni. Abbiamo pochissimi debiti nonostante si viaggi con 70mila euro di perdite mensili. I soci hanno avuto il merito, negli ultimi due anni, di non far pagare all'azienda l'affitto dei capannoni».

Come avete provato a uscirne?

«Nel mercato estero con un prodotto di alto livello: un armadio che arriva a 4 metri di larghezza e 3 in altezza, apribile con una parete scorrevole. Fuori Italia facevamo però solo il 5% del fatturato. Per il mercato interno abbiamo lanciato la linea “Smart”, “mobili bio” con incollaggi vinilici e non tossici, al prezzo del truciolare. È stata una scommessa con i fornitori, ma non siamo riusciti a modificare i numeri in maniera sostanziale. Questo in uno scenario italiano molto difficile: basta vedere le sorti di Chateau d'Ax, Mercatone Uno e Aiazzone».

Ci sono strade alternative alla chiusura?

«Qualunque ricapitalizzazione, con un quadro economico del genere, sarebbe inutile. Inoltre, così tanti anni di cassa integrazione non hanno dato soluzioni ma solo palliativi: se gli ordini calano, non era sostenibile mantenere i numeri occupazionali di un tempo». 
 

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