Il Tirreno

Empoli

Dentro la Taddei, simbolo dell’arte del vetro ma testimone anche delle atrocità del nazismo

Marco Pagli
Dentro la Taddei, simbolo dell’arte del vetro ma testimone anche delle atrocità del nazismo

Empoli com’era: la seconda delle 12 foto in regalo col giornale di domani, ecco la storia (produttiva e non) che racconta 

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L’iniziativa



La prima delle 12 foto di “Empoli com’era”, l’iniziativa realizzata da Il Tirreno in collaborazione con l’archivio di Foto Cine e della concessionaria Brogi e Collitorti, è in regalo con il giornale di oggi. Ma è solo l’inizio. Domani ecco il secondo scatto, il lavoro all’interno della storia Vetreria Taddei nel 1948. E l’appuntamento è poi con l’uscita di venerdì e con le successive tre (mercoledì, giovani e venerdì) della prossima settimana. Quella del vetro a Empoli è un'arte che plasma. È una radice che affonda addirittura nel XV secolo e che dal Settecento diventa produzione. Il primo vero autore in questo senso si chiama Domenico Levantini. Arriva da Savona e impianta la propria fornace nell'area del Pratello, subito fuori Porta Pisana tra via Chimenti e via Chiarugi. È attiva dal 1766 e sforna ceramiche e manufatti in vetro, come fiaschi, bicchieri, ampolle, lampade. Il ceramista e vetraio ligure muore all'inizio del secolo successivo e dopo alcuni anni in cui i familiari proseguono l'attività, la fabbrica viene venduta a Francesco Del Vivo e Michele Ristori. Sono due industriali che credono in questa produzione e che ci investono. Nasce così la prima vera vetreria empolese, a cui ne seguono altre tra il finire dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. Tra queste una delle più importanti sorge nell'area di Naiana, a est del centro storico. Si trova tra le attuali via Carrucci e via Masini, dove adesso sorge un supermercato e vari uffici pubblici. A fondarla nel 1907 sono due famiglie importanti della città, Cecchi e Ceccarelli. Ma prima che divampi la tragedia della Grande Guerra la rileva un giovane imprenditore intraprendete. Il suo nome è Enrico Taddei e nel vetro vede il futuro, suo e della città. Ha disponibilità economica e visione. Così si lancia in questa attività, allargando gli spazi e incrementando la produzione. Tanto da giungere negli anni '30 a trasformare una piccola realtà in una delle principali industrie empolesi. Ci lavorano centinaia di operai, mastri vetrai e garzoni che si dividono nelle varie piazze.

La vetreria Taddei è un luogo di lavoro, ma anche di costruzione politica. E infatti negli anni del fascismo da qui partono le mobilitazioni più importanti. Rivendicazioni, scioperi, picchetti. Fino ad arrivare al 4 marzo del 1944. Quando il Cln dell'Alta Italia convoca una serrata generale per chiedere aumenti salariali e maggior razioni alimentari, anche se poi la protesta diventa un'occasione per invocare la fine della guerra e la cacciata di tedeschi e repubblichini. Ancora una volta la vetreria Taddei è il fulcro della sollevazione. E la repressione che segue alla giornata si abbatte su questa fabbrica con una violenza inaudita. Quattro giorni dopo i soldati nazisti effettuano un rastrellamento tra gli operai. Ne arrestano 26 e li deportano nel campo di concentramento di Mathausen. Si tratta di una ferita che la città non riesce mai a ricucire, nonostante dopo la guerra la produzione riparta, come testimonia la foto che proponiamo che risale al 1948.

Alla chiusura, che avviene nel corso degli anni '80, sopravvive la ciminiera di uno dei forni che viene trasformata in un monumento alla tragedia consumata nel marzo 1944 e parte dello stabile ovest, il quale viene adibito a sede di uffici istituzionali tra cui il centro per l'impiego e l'Agenzia per lo sviluppo Empolese Valdelsa. —

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