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Morto in manette: positivo alla cocaina. Ma in 100 chiedono «verità e giustizia»
Empoli, il primo rapporto del medico legale esclude le percosse. Intanto le associazioni ricordano Arafet con fiori e striscione
EMPOLI. Arafet non è morto di botte. La Tac non ha evidenziato lesioni interne. In base ai primi esami tossicologici, effettuati dal consulente del pm Christine Von Borries, il trentunenne morto con le manette ai polsi e le caviglie legate con una corda durante un controllo di polizia, è risultato positivo alla cocaina. Tuttavia per stabilire le cause esatte del decesso, servirà ancora tempo.
E l’avvocato Giovanni Conticelli, legale di Azzurra Tampucci, moglie di Arfaoui, aggiunge che «sul corpo ci sono segni di una colluttazione», che però non sono tali – secondo quanto è emerso finora – da lasciare aperta l’ipotesi della morte traumatica.
In attesa che il medico legale consegni alla procura la relazione completa sull’esito dell’autopsia, almeno un centinaio di persone, nel corso della giornata di sabato, hanno aderito all’appello di associazioni e organizzazioni legate a centri sociali e sinistra per commemorare il tunisino morto (che si era da poco trasferito a Livorno dopo aver vissuto a lungo a Montaione), portando fiori all’esterno del money transfer di via Ferrucci a Empoli (ieri rimasto chiuso), dove il cuore di Arafet si è fermato per sempre, poco prima delle ore 20 del 17 gennaio scorso. Al termine del “pellegrinaggio laico” andato avanti per ore, il marciapiede era invaso da mazzi di fiori (poi consegnati dagli organizzatori alla vedova), sotto lo striscione «verità e giustizia per Arafet».
All’appello (lanciato da Associazione contro gli abusi in divisa, Csa Intifada, Potere al Popolo, ultras della maratona, Cobas, Settembre Rosso, Arci, Associazione Culturale tra i binari, Non una di meno Empolese Valdelsa e Samuela Marconcini di Fabrica Comune) «contro chi ha criminalizzato e infangato Arafet, come se in Italia esistesse la pena di morte per 20 euro forse false» ha aderito anche Andrea Magherini, fratello dell’ex calciatore Riccardo, morto a Firenze il 3 marzo 2014 per un arresto cardiaco in un intervento in strada dei carabinieri. La famiglia Magherini, pur non essendo fisicamente presente, ha fatto pervenire dei fiori e ha aderito all’iniziativa con un messaggio video di Andrea diffuso su Facebook: «Non si può morire così durante un fermo di polizia – ha detto –. Quando si parla di diritti umani sono sempre importanti, soprattutto quando ci si trova nelle mani dello Stato».
Nella tarda mattinata è arrivato a Empoli anche l’avvocato Conticelli: «Non abbiamo ancora potuto visionare i filmati delle telecamere e ci sono ancora molti aspetti da chiarire in questa tragedia». A giorni dovrebbero essere disponibili gli esami istologici e tossicologici definitivi. Per stabilire le cause della morte servirà ancora qualche settimana.
Di certo, al momento, c’è che Arfaoui era entrato nel money transfer di via Ferrucci intorno alle 17. 50 per inviare soldi ai suoi genitori in Tunisia. Ma una delle banconote (da 20 euro), era falsa: ne è nato un diverbio con il commerciante, che ha chiamata il 113. All’arrivo della polizia, Arafet ha dato in escandescenze, anche fuori dal locale, per poi essere immobilizzato da quattro agenti, che – secondo quanto sottolineato anche dal ministro dell’Interno Matteo Salvini – aveva aggredito gli agenti con calci e morsi: poi l’arresto cardiaco, prima ancora di essere sedato dal medico del 118 (che si trovava a pochi metri di distanza). Una tragedi avvenuta a pochi metri dal negozio Acustica Fiorentina di Catiuscia Benvenuti: «È morto un giovane di 31 anni, e per questo siamo tutti dispiaciuti. Ma il mio pensiero va anche al titolare del money transfer. Noi commercianti apriamo sempre le porte a tutti, ma in questo angolo di centro non è semplice. Se ha chiamato la polizia, sicuramente aveva un buon motivo».
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