Il Tirreno

Empoli

Morto durante un controllo, il dirigente difende i suoi poliziotti: «Agenti preparati e persone perbene»

Alessandro Marmugi
Il dirigente di polizia Francesco Zunino
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Il dirigente di polizia Francesco Zunino

Il capo del commissariato: «Siamo sereni». La famiglia di Arafet si chiude nel silenzio. I vicini: «Era un ragazzo gentile e cordiale»

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EMPOLI. Il giorno dopo la morte di Arafet Arfaoui sono tanti i punti interrogativi. Passo dopo passo si prova a ricostruire come sia morto l’uomo tunisino, fermato dalla polizia all’interno di un money transfer di via Ferucci, nel centro di Empoli. Aspettano i familiari, gli amici i conoscenti, attendono anche le forze dell’ordine della città.

«Sono vicino ai miei uomini – spiega – il dirigente del Commissariato di Empoli, Francesco Zunino, che parla attraverso un comunicato del sindacato Fsp –. Li conosco bene e sono tutte persone perbene, e poliziotti dalla grande preparazione. Aspettiamo quindi con totale serenità che investigatori e magistratura facciano il proprio lavoro». Fa quadrato la polizia empolese, intervenuta giovedì, all’interno di un money transfer di via Ferrucci, dove Arafet - che si recava spesso al Taj Mahal - era entrato per inviare soldi ai suoi genitori in Tunisia. Ma una delle banconote è risultata falsa e quando il commerciante gliel’ha fatto notare, lui aveva dato in escandescenze aggredendo con morsi e calci gli agenti intervenuti.

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Mentre le indagini fanno luce su quello che accaduto nel cuore del centro storico di Empoli, la famiglia del giovane è chiusa nel silenzio. Arafet si era trasferito a Livorno, con la moglie Azzurra Tampucci, ma per anni aveva vissuto con lei e con i suoceri a Montelupo in una villetta in via Fermi, a due passi dal palazzetto dello sport. Una zona residenziale tranquilla, non molto lontana dal centro. Qui qualcuno si ricorda di lui. Nell’abitazione dove ha vissuto per qualche tempo le finestre sono ancora chiuse, al citofono non risponde nessuno. Ci sono il cancello aperto e alcune casse d’acqua davanti alla porta, come se qualcuno l’avesse lasciate in fretta e furia.

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I Tampucci sono partiti per raggiungere la figlia e confortarla in questo difficile momento di dolore. Il campanello suona a vuoto e Benito, il suocero di Arafet, non vuol parlare nemmeno al telefono.

Lui e la moglie sono pensionati e la figlia e il marito avevano vissuto per qualche anno con loro in quell’abitazione. Intorno i vicini di casa, che conoscono la famiglia Tampucci da una vita e che per qualche anno avevano vissuto a contatto con Arafet, stentano a credere a quello che è successo: «Lo vedevamo spesso – racconta un signore – poi lui e la moglie si sono trasferiti a Livorno. Un ragazzo gentile e cordiale. Non posso credere che abbia fatto una fine del genere». Arafet qualche anno fa aveva trovato lavoro al porto di Livorno. Scaricava col muletto, oppure era impegnato all’imbarco dei traghetti.

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Dopo un periodo da pendolare aveva deciso di trasferirsi nella città labronica con la moglie. Quella città, nella quale però, non ha più fatto ritorno. Giovedì aveva deciso di fermarsi da quegli amici, in centro a Empoli, dove passava ogni tanto per un saluto. Ma quella è stata l’ultima volta che li ha visti.

La morte del giovane tunisino ha scosso la città ed è stata al centro dei dibattiti anche sui social.

Un’ondata di commenti, di tweet e di post sulla tragica fine di questo ragazzo. Tra chi ha mostrato sostegno alle forze dell’ordine e chi invece chiede un’indagine rapida e seria per fare luce con chiarezza su come questo ragazzo abbia perso la vita. Oltre che dal ministro dell’Interno Matteo Salvini il sostegno alla polizia è arrivato anche dai numerosi sindacati degli agenti. Sulla vicenda su Facebook è intervenuto Andrea Magherini, fratello di Riccardo Magherini, l’uomo morto il 3 marzo 2014 a Firenze a causa di un arresto cardiaco dopo essere stato arrestato e immobilizzato da tre carabinieri (poi assolti in Cassazione). «Esiste un problema – ha scritto condividendo la notizia della morte di Arafet –. Le indagini fatte dagli stessi corpi e le sentenze di assoluzione non lo risolvono. Tutte le volte lo stesso protocollo». —

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