Gioco
Eccidio, il dolore di Tosca davanti al video del boia: «Ti leverei gli occhi»
Un inviato del programma “Le Iene” vola in Germania dal 98enne Riss e gli mostra la foto del fratellino della donna, che fu tra le 175 vittime
FUCECCHIO. Tosca Lepori aveva 6 anni quando la furia nazista si abbatté sul Padule di Fucecchio, dove 175 sfollati di guerra vennero orrendamente trucidati dai nazisti in ritirata. Nascosta in un albero in Padule a Cintolese, vide assassinare la madre Dina Romani (27 anni) e il fratello minore Gino Lepori, di solo 19 mesi. E vide morire anche i nonni paterni Giuliano Lepori (69 anni) e Maria Pia Romani (58 anni), arsi vivi dai nazisti in un capanna. Nello stesso Eccidio fu uccisa anche la zia, Giuliana Romani (16 anni). Per la strage del 23 agosto 1944 il tribunale di Roma ha condannato tre ufficiali nazisti all’ergastolo: il capitano Ernst Pistor, il maresciallo Fritz Jauss e il sergente Johann Robert Riss.
Nessuno dei tre ha fatto un giorno di carcere e i primi due sono nel frattempo morti. Riss è l’unico ancora in vita e il tribunale tedesco di Kempten (in Baviera) si è rifiutato di dare attuazione alla condanna italiana. Risultato: Riss – oggi 98 anni – vive nella sua casa di Kaufbeuren, insieme al figlio. La trasmissione televisiva Le Iene – con l’inviato Alessandro Politi – è riuscita a trovarlo e a mostrargli la foto di Gino Lepori (gentilmente concessa dalla sorella superstite). «Riconosci questo bambino?», gli chiede Politi in inglese. Riss prima guarda la foto, si avvicina per mettere a fuoco e poi distoglie lo sguardo. Nessuno saprà mai se ha riconosciuto quel bambino per la cui morte è stato condannato all’ergastolo. Non è questo quella conta. Conta che quella foto è stata sbattuta in faccia a chi non ha mai pagato per quello che ha fatto. Poi c’è la signora Tosca. Una donna di una dolcezza infinita, che mentre parla pudicamente prova a nascondere le lacrime più giustificabili del mondo: «Sono stata nascosta in un albero per 4 o 5 ore, vidi tutto, 23 persone tutte morte. Loro picchiavano parecchio sulla testa, anche mia mamma aveva un buco sulla testa che pisciava tutto questo sangue. Mio nonno e mia nonna non erano morti, erano feriti: disfecero (i tedeschi ndc) questa capanna, gli buttarono tutte queste cannelle addosso e gli dettero fuoco. Io li ho visti tanto muoversi in quel fuoco, non gli dico quanto. Gli bruciavano i capelli, avevano tutti le braccia nere: io ho patito tanto a vederli lì, ogni notte li ho davanti gli occhi. Questo è tutto quello che mi è rimasto della guerra (mostra due foto ndc): questa è mia mamma e questo è mio fratello, un bambino di 18 mesi. Che avrà fatto lui? Glielo dica a quel tedesco che non mi ricordo il nome. Gliela farei vedere questa foto e gli chiederei “che t’aveva fatto questo bimbo?”». Poi l’inviato mostra alla donna le immagini dell’aguzzino nazista. E qui la sopravvissuta lascia sgorgare il suo dolore, che si porta via anche la pietà per un uomo che sta pagando il conto della sua età: «Potessi ti leverei gli occhi, tu m’hai fatto piangere tanto, ma tanto tanto che non ho ancora finito. Più guardo (la foto di Gino ndc) e più mi viene da piangere, poverino che colpa aveva. Però (rivolgendosi al fratello ndc) te sei stato più fortunato, sei andato con la mamma».
Poi Tosca bacia la foto del piccolo fratello, una scena difficile da descrivere con razionalità. Viene solo da piangere. —
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