Il Tirreno

Empoli

La massacrò nel parco, condannato a 10 anni. La vittima: «Non ti perdono, non lo meriti»

Francesco Turchi
La massacrò nel parco, condannato a 10 anni. La vittima: «Non ti perdono, non lo meriti»

Montelupo, la pena inflitta all’aggressore non cancella l’incubo della giovane: «In aula non ha avuto il coraggio di guardarmi negli occhi»

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EMPOLI. «No. Non posso perdonarlo, almeno per ora». Perché i segni di quella notte da incubo sembrano maledettamente indelebili. Sul corpo, tanto che forse dovrà sottoporsi a un intervento chirurgico. Ma anche nel cuore e nella mente, sconvolti per sempre alle 6,26 del 14 ottobre 2017, quando Roberta (all’epoca ancora minorenne) stava attraversando il parco dell’Ambrogiana a Montelupo per andare alla stazione, dopo aver trascorso la notte in discoteca. Alessio Martini, 21 anni, è stato condannato a dieci anni di reclusione per tentato omicidio pluriaggravato e rapina aggravata: l’ha massacrata di botte, fratturandole il cranio, per poi trascinarla per oltre 200 metri sul viale Umberto I e nascondere il corpo dietro a un muretto, sotto le foglie (dove fu ritrovata quaranta minuti dopo da alcuni passanti).

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Tutto questo con una violenza inaudita, per rubarle il cellulare: «Avevo assunto cocaina e volevo comprarne altra con i soldi incassati dalla vendita di quello smartphone (che poi in realtà abbandonò nel parco, vicino al luogo dell’aggressione, ndr). Chiedo perdono». Ma le parole pronunciate dal giovane in aula, durante il rito abbreviato, non hanno fatto breccia nel cuore di una ragazza che, giorno dopo giorno, sta faticosamente cercando di ricostruirsi una vita, dopo che quell’assalto brutale ha rischiato di spezzargliela.

«Il perdono – dice Roberta – bisogna guadagnarselo. È troppo facile chiederlo così. Finora non ha fatto niente per meritarselo. Nessuno della sua famiglia mi ha cercata in tutto questo tempo. E lui non ha neanche avuto il coraggio di guardarmi negli occhi». Perché lei, quando si è ritrovata per la prima di volta di fronte al suo aggressore, ha cercato il suo sguardo, inutilmente: «Lui abbassava gli occhi», stritolato dalla vergogna per quell’agguato; per aver assalito alle spalle una ragazza da sola, che camminava nel parco mentre parlava al telefono con un’amica. E che venne scelta come vittima dal ventunenne di Montelupo, che vagava in bici alla ricerca di una preda da rapinare.

Dopo quei minuti di violenza inaudita, per quattro mesi Martini è rimasto in silenzio, sperando di farla franca, mentre le attenzioni degli inquirenti si concentravano sugli amici della ragazza. Ma poi è stato individuato grazie alle indagini della polizia di Empoli, con il supporto delle telecamere che sorvegliano l’area dell’Ambrogiana e incastrato grazie al dna.

Roberta, fucecchiese, dopo aver lasciato la scuola, ora spera di costruirsi un futuro, partendo da un lavoro: «La mia priorità, finora, era di arrivare in fondo a questa storia. Ora voglio dedicarmi ad altro». Continuando a sfidare quei flash che piombano nella sua testa dal passato: «È difficile da dimenticare, ma ci sto provando. E poi probabilmente dovrò subire un intervento chirurgico alla mandibola». Intanto Martini è tornato in cella a Sollicciano (dove si trova dal 22 febbraio scorso, quando è stato arrestato dalla polizia), con una condanna a 10 anni: «Sono soddisfatta della pena che gli hanno inflitto. Trascorrerà in carcere gli anni della gioventù, quelli in cui avrebbe potuto divertirsi». Come cerca di fare Roberta, con nuovi amici. Perché i rapporti con quelli con i quali aveva trascorso la serata in discoteca e che ne avevano denunciato la scomparsa all’alba del 14 ottobre, si sono chiusi: «Non c’entrano niente con questa storia. È stato dimostrato. Ma alcuni loro comportamenti non mi sono piaciuti e allora ho deciso di non frequentarli più». In tutti questi mesi Roberta ha potuto contare (oltre che sull’assistenza legale dell’avvocato Gabrio Bagnoli), sull’amore dei suoi familiari: «Siamo contenti della condanna a 10 anni – spiega il padre della 18enne –. Il mio augurio è che li sconti tutti, fino all’ultimo giorno e che mia figlia trovi un lavoro, che le servirebbe anche per distogliere il pensiero da questa terribile storia. E a voltare pagina. Perdono? Non se ne parla». 

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