Il Tirreno

Empoli

Rischiarono di morire nel mare in tempesta, gli ex ragazzi rifanno il viaggio 50 anni dopo

Marco Sabia
Rischiarono di morire nel mare in tempesta, gli ex ragazzi rifanno il viaggio 50 anni dopo

In cinque (col parroco) nel 1967 partirono per il faro col patino, poi rimasero per ore in balìa delle onde. Stavolta sono andati in barca

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Rifare lo stesso viaggio – ma stavolta in sicurezza – che intrapresero 50 anni fa, quando rischiarono anche di annegare. Protagonisti un gruppetto di ex ragazzi del campeggio di don Ferdinando Santonocito, che a distanza di mezzo secolo hanno “ripercorso” la pazzia che fecero allora.

Siamo a Vada, nell’estate 1967: nel campeggio di don Santonocito – cappellano di Santa Maria a Monte, oggi parroco di Massarella – parte una sfida: un gruppo di giovani di 15-16 anni decide di andare in patino fino al faro “delle secche” di Vada. Sono in quattro sul patino: Fabio Beconcini, Luciano Fogli, Marco Nuti e Umberto Santonocito, fratello del cappellano.

Dietro – collocato su canotto legato con una corda al patino – c’è il don, oltre a provviste e macchine fotografiche. Il viaggio inizia bene, il mare è una tavola e di onde non c’è nemmeno l’ombra. «Arriviamo al faro – racconta don Ferdinando – e i ragazzi (i giovani, come li chiama lui, ndc), erano molto contenti. Loro si mettono a pescare, io rimango dietro sul canotto: alle 12 circa quelli che stazionavano con la barca vanno via tutti assieme e qualcuno dice la seguente frase “Poveri quei ragazzi”. Non ci facemmo molto caso, poi capimmo solo dopo cosa significasse. Non ripartimmo subito, anche perché il mare era sempre calmo; poi iniziò ad incresparsi e le onde ci sbattevano contro gli scogli. Fu difficilissimo anche lasciare il faro, visto che avevamo un patino e un canotto».

Quello fu l’inizio di un’avventura drammatica: «Capimmo il significato di quella frase sentita poco prima, perché all’ora di pranzo il mare in quella zona diventa mosso. I ragazzi non potevano nemmeno darsi il cambio, furono sempre in due a remare: questo perché se avessero lasciato i remi il patino si sarebbe potuto ribaltare. Avevano le mani spellate e piene di sangue, ma non mollavano. Io ero dietro, legato con questa corda al canotto, sperando che quella corda non si spezzasse e non finissi alla deriva. Non avevamo nemmeno una direzione precisa, tanto che approdammo nel primo porticciolo che trovammo: quando a riva ci videro, alle 9 di sera, ci vennero incontro per soccorrerci con delle coperte e finalmente toccammo terra».

Don Santonocito, 86 anni, nel 2017 ha pubblicato un libro, nel quale questa “pazzia” trova spazio. Su quel patino ci sarebbe dovuto essere anche Alberto Fausto Vanni, che però preferì non alzarsi alle 6 e rimase a letto. Poi, qualche settimana fa, la svolta: «Ho ricevuto una chiamata da don Santonocito – racconta Vanni – nella quale mi invitava a ritrovare tutti i protagonisti dell’epoca. C’era un amico del parroco disposto a mettere a disposizione una barca per rifare lo stesso tragitto. Così ci siamo ritrovati e abbiamo fatto rotta verso il faro, stavolta su una bella barca».

«È stata un’emozione – conclude don Santonocito – sia rifare quel tragitto, sia rivedere quei ragazzi, che sono ancora legati a me. Ho parlato con un esperto e mi ha detto che è impossibile arrivare al faro in patino, ma io ho le foto. Per me quel faro luminoso è Dio: nella vita ci sono delle tempeste ma bisogna continuare a remare per non soccombere».


 

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