Il dolore
Sulle orme di don Renzo ecco il nuovo parroco
Don Bellucci guiderà le comunità di Avane, Pagnana e Riottoli
EMPOLI. Empolese (nato a Porta Pisana), tifosissimo della truppa di Aurelio Andreazzoli, amico e “allievo” di don Renzo Fanfani: poteva chiedere di più la gente di Pagnana, Avane e Riottoli a riguardo del nuovo parroco?
Questo lo dirà il futuro, ma le premesse sono più che incoraggianti. Da settembre, infatti, don Renato Bellucci sarà il nuovo parroco di queste tre comunità empolesi, così uguali e così diverse.
Un prete “di sinistra”, cresciuto nel movimento giovanile e ordinato sacerdote solo a 42 anni, dopo una “catechesi” di don Guido Engels, l’attuale proposto di Empoli. «Da non credente e ateo – racconta – entrai nel movimento studentesco. Nel’68 avevo 15 anni, ma ero già alle superiori. Quegli anni mi hanno segnato e mai avrei pensato che sarei diventato prete. Quando lavoravo alla Cev spesso incontravo don Renzo e ne nacque un’amicizia personale. Poi, tramite un’impiegata che faceva la catechista a La Ginestra, una sera presi parte ad una catechesi, con Don Guido. E ci rimasi “fregato”». Una storia sicuramente originale, visto che la vocazione è arrrivata molto tardi in casa Bellucci.
Don Renato è cresciuto spiritualmente sotto l’ala di don Bruno Bandinelli, al quale andava a curare l’orto. Dal primo settembre lascerà la parrocchia di Quarate, a Bagno a Ripoli, dove guida la comunità parrocchiale da 20 anni. E con la quale ha creato un rapporto difficilmente cancellabile: «Certo, lasciare la mia gente mi dispiace, dopo tanti anni. Ma si deve obbedire al vescovo, perché attraverso di lui passa la parola del signore».
Ma a Quarate, racconta don Renato, c’è chi è andato a parlare col vescovo e sta raccogliendo le firme per non farlo partire, sintomo di un rapporto solidissimo con la comunità. Però don Bellucci è già proiettato sul futuro: «Parallelamente mi sto già innamorando di Avane, Pagnana e Riottoli: ho iniziato a contattare la gente del luogo e devo dire che sto ricevendo riscontri positivi. Ci siamo già incontrati alla messa, si sta bene insieme: la sera ci mettiamo fuori e facciamo due chiacchiere».
Le tre comunità contano circa 3500 abitanti e già don Renato si trova dinanzi ad un dilemma non indifferente: dove fare la prima messa? In Toscana, si sa, al proprio campanile ci si tiene. E più campanile di stavolta – trattandosi di chiese – non ce n’è. Poi c’è un’altra questione, la questione con la q maiuscola: l’eredità di don Renzo, un prete amatissimo.
Entrambi provenienti dal mondo di sinistra e delle fabbriche, appassionati di meccanica: si può dire che don Renato sia un allievo di don Renzo. Cosa direbbe il maestro all’allievo? «Mi darebbe una bella pacca sulla spalla – continua sorridente Bellucci – e mi direbbe “Vai, vai”, con quel suo vocione. Mi viene da pensare che i vecchi parroci di questi territori abbiamo “voluto” che io prendessi il loro posto».
Ma di don Renzo riemerge anche un aspetto veramente simpatico: «Mi chiamava al telefono, mi faceva gli scherzi telefonici, si spacciava per un funzionario che aveva dei problemi col mio stato di servizio. Ma a parte questo è stato fondamentale per questa comunità e io voglio seguire le sue orme».
Don Renato, mentre parla, svela una passione, che forse non tutti conoscono: il calcio e – in particolare – l’Empoli.
Un sentimento viscerale per la maglia azzurra: «Sognavo di fare il cappellano dell’Empoli. Sono tanti anni che non vado allo stadio Castellani e questo mi manca. Voglio fare in modo di essere sugli spalti per il ritorno casalingo in serie A. Ci perderei la voce...».
Don Renato che ha apprezzato l’omaggio della maglia dell’Empoli e il poster celebrativo della promozione. Dietro la maglia il nome di Matteo Brighi, un calciatore che ha più volte dichiarato di aver abbracciato la causa dell’antifascismo.
Non un calciatore appariscente, ma uno di sostanza, che in mezzo al campo ancora oggi dice la sua.
Un po’ come don Renato, che arriva ad Empoli avanti con l’età – oggi ha 65 anni – ma che ancora tanti stimoli per creare un rapporto di affetto e di stima con le tre comunità di cui erediterà la “cura spirituale”.
Marco Sabia
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
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