Il Tirreno

Empoli

Quando dal tatto nascono capolavori i Mondiali del tornio

Quando dal tatto nascono capolavori i Mondiali del tornio

Gli artigiani si sono dati battaglia sulla figura del Pinocchio la gara all’interno delle iniziative della festa della ceramica

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MONTELUPO. Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. Così cantava Fabrizio De Andrè, in uno dei suoi pezzi più famosi. Ma perché questa citazione musicale? Perché dal nulla (o quasi) è possibile creare un’opera d’arte, un capolavoro. Domandate ai maestri della ceramica, che in questi giorni a Montelupo – in occasione dell’annuale festa – hanno dato sfoggio delle loro capacità, della loro arte manuale. C’erano anche i tornianti, cioè coloro che si sono sfidati al tornio, una macchina utensile utilizzata per la lavorazione di un pezzo posto in rotazione.

Chi non ha visto la scena del film “Ghost” nel quale Demi Moore e Patrick Swayze realizzano un vaso d’argilla, appunto con un tornio? Sì, in quel caso il finale è un po’ diverso: c’è una storia d’amore, dall’esito drammatico e struggente. Però quello che può nascere da un tornio che gira e un po’d’argilla è veramente particolare.

Ed è comunque frutto di un altro tipo di amore, quello per la ceramica e per tutto quello che la riguarda. I tornianti a Montelupo si sono sfidati su un tema molto toscano: Pinocchio. In venti minuti, a tornio acceso, dovevano creare un vaso o un oggetto con le sembianze del bambino di legno più famoso del mondo; poi, con altri 20 minuti a disposizione, terminarlo. Tornianti da tutta Italia, provenienti da famiglie di tradizione ceramista, hanno fatto muovere sinuosamente le proprie mani e hanno dato spettacolo, in piazza dell’Unione Europea. Ad ammirarli grandi piccini, nonni coi bambini: molte suggestive alcune creazioni, come la balena di Pinocchio. Veder svilupparsi la vita della ceramica è molto significativo, perché lì c’è l’anima di Montelupo, città simbolo della ceramica. E infatti a sfidarsi c’erano tornianti da Marostica, Faenza e altre parti d’Italia; dialetti diversi ma uniti da un’unica passione, quella per la ceramica. Maestri che maneggiano la ceramica da una vita, ma anche allievi folgorati sulla “via dell’argilla”. Leonardo Collanega, ad esempio, viene da Marostica, nel vicentino. Nella vita fa proprio la ceramica, insieme al padre: si guadagna da vivere realizzando caraffe a forma di gallina o di pesce. La ceramica, insomma, gli porta il pane tutti i giorni: «Da passione è diventato un mestiere. Certo, non si diventa ricchi. Ma la ricchezza sta anche nel fare qualcosa che ti piace. Sono venuto a Montelupo per confrontarmi coi miei colleghi e perché qui c’è grande tradizione». Dal dialetto vicentino a qualcosa di più familiare: Marco Funghi è di Lastra a Signa, non lontano da Montelupo. È nella fase “dell’innamoramento” per la ceramica, se così si può dire: «Dopo alcuni corsi fatti col mio maestro, mi sono appassionato ed adesso sono qui, per conoscere il mio livello». Accanto a lui c’è il suo istruttore, Enrico Carli: «Queste sono sfide a tempo: 20 minuti di tempo al tornio, altrettanti per completare l’opera. Mi è capitato anche di fare delle gare bendato, ad esempio».

A dimostrazione, verrebbe da dire, di quanto il tatto sia alla base di quest’arte.

Poi il materiale deve seccare, viene cotto, smaltato, decorato e cotto nuovamente, ad oltre 900 gradi. E il rito si ripete, sempre uguale e sempre magico.

Marco Sabia

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di Redazione web