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«Abbracciati da Empoli» l’orgoglio dei nuovi italiani

«Abbracciati da Empoli» l’orgoglio dei nuovi italiani

Consegnate copie della Costituzione a immigrati divenuti nostri connazionali «Noi qui senza problemi, siamo stati trattati sempre con grande rispetto»

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EMPOLI. «Quando un paese ti accoglie e ti abbraccia, quando ti offre libertà, democrazia e gentilezza, non puoi che fare altro altrettanto ed abbracciarlo. Per me l’Italia e Empoli sono questo». Ahmed Ahmed viene dalla martoriata Siria e dal 2013 è a Empoli, dove fa il sarto. Ieri, insieme ad un folto gruppo di “nuovi italiani”, ha ricevuto dall’amministrazione comunale una copia della costituzione repubblicana, simbolo dell’ufficializzazione del “rapporto” tra il “nuovo italiano” e la comunità che l’ha accolto come cittadino di questa Repubblica. La sua storia è, forse, la più travagliata, non fosse altro perché parte della sua famiglia è ancora in Siria, dove l’Isis semina terrore e dove le potenze del globo giocano ad un risiko pericolosissimo.

Ahmed, come gli altri che ieri hanno ricevuto la costituzione, è diventato italiano. Italiano per la burocrazia, perché si tratta di persone che si sentono italiane da tempo, che parlano italiano e che hanno studiato nelle scuole empolesi, oppure lavorano nelle fabbriche della zona. Ma si sa, ottenere la cittadinanza è un percorso lungo e tortuoso e quindi quando si arriva “a dama” è giusto anche dare la giusta visibilità a questi 87 “nuovi empolesi”.

Una cerimonia che si è aperta e chiusa con le note dell’Inno di Mameli, cantato da tutti, dalle autorità militari ai giovani “nuovi italiani”. Ragazzi, bambini, uomini e donne di tutte le età, principalmente di origine albanese (ma non solo). Ahmed, infatti, è siriano e racconta una storia a tratti tragica: «Tutta la mia figlia, tranne mia moglie e i miei figli, è ancora in Siria. Là manca tutto, ho perso 2 nipoti uccisi dall’Isis. C’è una guerra in corso le cui conseguenze vengono pagate dalla nostra gente. Per questo io devo ritenermi fortunato: arrivato nel 2000 in Sicilia, ho iniziato a cucire con una macchina donata dalle suore, che custodisco ancora gelosamente. Poi sono giunto a Empoli, senza un centesimo: tempo di alzare la saracinesca e sono entrati i primi clienti. Questa città mi ha accettato e questo paese mi offre tre cose fondamentali: libertà, democrazia e gentilezza. Cose che, purtroppo, in Siria non ci sono più. Per questo mi sono “attaccato” all’Italia, attenendomi alle sue leggi. E dopo tanta fatica sono riuscito a costruirmi un presente e un futuro, così come i miei figli». Ascoltare la storia di Ahmed non è facile, perché un conto è sentir parlare dell’Isis alla tv, un conto è percepire il dolore di chi ha perso un pezzo del proprio vissuto a causa del delirio fondamentalista. Per fortuna, però, ci sono storie anche più leggere. Come quella di Ervin Ceka, 32 anni, nato in Albania. Alla cerimonia è accompagnato dalla moglie Erisa, che lo fotografa orgogliosa.

La prossima volta si scambieranno i ruoli e sarà Ervin a fotografare Erisa con la costituzione in mano: «Sono un idraulico e sono arrivato nel 2001. C’ho messo 12 anni per avere la cittadinanza: il percorso è stato lungo ma ne è valsa la pena». Ervin è esponente della comunità più numerosa tra i nuovi cittadini italiani, quella albanese. Anche lui è un “seconda generazione”, nel senso che è figlio di genitori albanesi ma poi si è stabilito definitivamente in Italia, dove ha trovato moglie. Stesso discorso per Adela Sabli, neo 18enne nata Rieti ma di origini albanesi: «Ho fatto le scuole a Empoli e mi son sempre trovata bene, non hai mai vissuto situazioni particolari. Sono nata a Rieti e mi sono sempre sentita italiana». Adela è in quinta superiore (a ragioneria) e dal prossimo anno andrà all’università, probabilmente a economia e commercio. Senza, però, disdegnare il lavoro, sia per crescere sia per pagarsi gli studi universitari. Esemplare, poi, è la storia di un ragazzo italiano d’origine cinese. La sua comunità – soprattutto la prima generazione – spesso è percepita come un corpo a sé. Ma non è così coi figli, perché Wang Fabrizio Wang Yang è simbolo di integrazione anche nel suo doppio nome, cinese e italiano. Il primo per rimarcare le origini, il secondo per sottolineare la sua italianità. Wang Fabrizio racconta l’emozione di cantare l’inno: «È difficile spiegare cosa ho provato mentre ricevevo la costituzione. Di sicuro è stato molto bello cantare l’inno». Il giovane, che andrà a studiare ingegneria, parla con la “c” aspirata e se non fosse per gli occhi a mandorla si potrebbe tranquillamente scambiare per uno di Pontorme o di Ponzano. Che poi vedere un ragazzo italo – cinese cantare l’inno di Mameli è qualcosa di raro. Si pensi ai calciatori, che solo da alcuni anni si sono “imposti” di cantare prima della partita, invece di fare scena muta o di muovere leggermente le labbra. Sono queste quattro storie simbolo dell’Italia che sarà negli anni e i decenni a venire. Un’evoluzione che non si può non vedere, in un’epoca in cui si parla di ristabilire confini su confini. Ma come si fa a mettere un confine nei confronti di chi canta l’inno e parla con la “c “aspirata?

Marco Sabia

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