Il Tirreno

Empoli

Investita da un'auto: «Cerco l'angelo custode che mi ha aiutata» - Video

Marco Sabia
Debora Daccomo (foto Agenzia Carlo Sestini)
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Debora Daccomo (foto Agenzia Carlo Sestini)

Appello all’uomo che l’ha assistita dopo l'incidente a pochi metri dall'ospedale di Empoli: «Mi ha rincuorata e riscaldata: con la cattiveria che c’è in giro, gesti così ti colpiscono»

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EMPOLI. «Voglio incontrare e ringraziare l’uomo che per primo mi ha soccorso e sostenuto dopo l’incidente in cui sono stata coinvolta. È stato il mio angelo custode». Debora Dacomo è una caposala dell’ospedale San Giuseppe di Empoli, reparto di medicina.

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Alle 8.20 del 28 febbraio è stata investita da un’auto in via Boccaccio, praticamente mentre stava attraversando la strada per andare a lavoro. Il ragazzo – che le ha raccontato di non l’aveva vista, forse accecato dal sole – si ferma subito e chiama il 118, che manderà un’ambulanza (da Vinci). In quei momenti di dolore e paura, però, si palesa un uomo, che spontaneamente decidere di dare una mano all’infermiera, semplicemente tenendole la mano e dandole coraggio. Questo in una mattina freddissima, caratterizzata dal vento freddo di Buran. L’infermiera rimane a terra, nel frattempo, affiancata da quest’uomo. Poi arriva l’ambulanza e l’uomo si dilegua, mentre la donna va in ospedale per esami e controlli, uscendone con escoriazioni alle gambe ed ecchimosi al volto. Poteva andare peggio, perché la gamba era rimasta sotto una delle ruote dell’auto.

È solo dopo essere uscita dal pronto soccorso che Debora ripensa a quell’uomo che l’aveva sostenuta nel momento del bisogno: «Ho chiesto a mio marito se avesse qualche ricordo, ma anche lui era scosso dall’incidente. Mi ricordo che era un uomo di circa 65-70, capelli ricci e brizzolati. Non ricordo molto altro: sebbene fossi lucida e cosciente certi istanti sono abbastanza sfuocati. Era un uomo perbene, che con le sue parole ha provato a scaldarmi in quella mattina freddissima e di paura».

Ora c’è voglia di incontrarlo di nuovo: «Voglio incontrarlo, abbracciarlo e ringraziarlo per quello che ha fatto. Non so perché si trovasse lì, fatto sta che però mi ha dato una grossa mano e mi ha fatto stare meglio in un momento di grande paura per me. Principalmente voglio stringergli la mano e ringraziarlo; in futuro sarò compito mio anche ricompensarlo materialmente, perché al mondo d’oggi, con la cattiveria che c’è, azioni di questo genere ti rimangono dentro». Debora, che nella vita ogni giorno aiuta le persone, per una volta ha trovato un infermiere “improvvisato”, che con la sola vicinanza l’ha aiutata a superare lo spavento dell’incidente. Perché l’infermiera, mentre racconta la storia che la vede protagonista, è ancora a casa, in attesa di recuperare e tornare a lavoro. Sotto l’occhio destro un livido, oltre ad una gamba ancora “provata” dall’impatto.

«Mi ha rincuorata e riscaldata – continua – con le parole, perché fisicamente non poteva farlo. Finché non sono arrivati i soccorsi veri e propri non mi ha lasciato. Poi lo abbiamo perso di vista». Adesso “l’angelo custode”, leggendo questo giornale, potrebbe riconoscersi e riconoscere la donna che ha aiutato. E magari prendersi l’abbraccio che si merita. Sarebbe il giusto lieto fine per una storia nata sul freddo asfalto di una strada empolese.

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