Gioco
Albor, chiesta la mobilità per 29 dipendenti su 37
Incontro il primo febbraio, la speranza è che arrivi un compratore
GAMBASSI. La Albor, azienda di Gambassi che opera nel settore delle cornici con una storia di oltre mezzo secolo, annuncia una procedura di mobilità per 29 dei 37 dipendenti rimasti a conclusione del concordato, che è stato prorogato fino a metà marzo. Una soluzione che di fatto azzererebbe la produzione nella storica azienda della Valdelsa, dove ormai da più di quattro anni i lavoratori usufruiscono del contratto di solidarietà. La speranza, di cui discuteranno le parti coinvolte nell’incontro sindacale del 1° febbraio prossimo nella sede provinciale dell’associazione industriali, rimane quella che si concretizzi un interessamento da parte di un imprenditore che rileverebbe l’attività. Mentre rimane sullo sfondo la possibilità - non remota - che a subentrare possa essere anche una cooperativa costituita dai dipendenti. L’azienda, per decenni leader nel settore delle aste per cornici oltre che per la produzione di specchiere e complementi di arredo, già da anni sta subendo una crisi legata principalmente alla concorrenza dei prodotti asiatici e che ha condotto ad una progressiva diminuzione delle commesse. A guidare una delle poche realtà del comparto rimaste in piedi dopo l’uragano che a partire dal 2008 ha spazzato via decine di piccole e medie imprese sono due famiglie originarie di Castelfiorentino (Mezzetti e Lucii). Per cercare di ovviare alle difficoltà poco più di quattro anni fa la proprietà decise di ricorrere al contratto di solidarietà per tutti i dipendenti. Ma l’accesso all’ammortizzatore, che scadrà nei prossimi mesi, non è bastato a risollevare le sorti della Albor. Anche perché durante questo periodo la produzione si è quasi fermata con solo 6-7 operai che alternativamente hanno continuato a lavorare nello stabilimento di Badia a Cerreto e il limite del 40% dell’orario di lavoro garantito per continuare a beneficiare della solidarietà che è stato rispettato a fatica. Così, il 4 ottobre scorso è stata richiesta l’apertura di una procedura di concordato in bianco per prendere tempo e trovare una soluzione di continuità produttiva prima di portare, come ultimo passo, i libri in tribunale. Il concordato in bianco è una soluzione approvata dal tribunale che prevede un tempo di tre mesi, ma che può avere delle proroghe nel caso in cui vengano accertate necessità utili alla risoluzione della crisi. E proprio il 10 gennaio scorso questa proroga è stata concessa per un periodo di altri 60 giorni. Una decisione che ha alimentato una speranza mai sopita in sindacati e istituzioni, cioè quella che si materializzi la volontà di subentro da parte di un terzo soggetto interessato a rilevare l’attività. «La nostra speranza è che sopraggiunga un interessamento per rilevare l’azienda – spiega Alessandro Lippi della Fillea Cgil – avevamo un incontro fissato per domani (oggi, ndc) all’associazione industriali di Firenze, che però è stato spostato al 1° febbraio proprio per avere più tempo per valutare i possibili esiti a questa crisi. Rimane in campo anche l’opzione della cooperativa formata da dipendenti, che potrebbero affittare un ramo d’azienda. Anche se l’ipotesi su cui si concentra l’attenzione e l’impegno di tutti rimane la prima». Il tempo stringe, insomma. Anche perché entro la primavera, in assenza di soluzioni, i 29 esuberi si materializzerebbero ed incomberebbe l’esito del fallimento. La proroga del concordato, concessa il 10 gennaio scorso, ha una durata di due mesi e quindi scadrebbe il 10 marzo prossimo. Mentre il contratto di solidarietà andrà in scadenza il 19 marzo. Cosicché, a partire dal giorno successivo diventerebbero ufficiali le procedure di mobilità. Rimane da capire, inoltre, se ci saranno evoluzioni dal punto di vista della sede dello stabilimento. Se verrà abbandonata la sede, considerata sovradimensionata rispetto al volume di produzione, e concentrata l’attività nella sede secondaria sotto lo stabilimento.
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