La manifestazione
Empoli, la Resistenza è d’oro
di Paolo Santini
Mattarella conferisce la medaglia al merito civile alla “capitale morale dell’antifascismo”
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EMPOLI. La notizia era attesa da tempo. Diciamo pure che era attesa da decenni, anche se Empoli era già ritenuta una delle capitali morali dell’antifascismo. Il presidente della Repubblica Mattarella ha conferito al Comune di Empoli, con decreto 19 ottobre 2017, la medaglia d’oro al merito civile per il contributo dato alla Resistenza e alla guerra di Liberazione, con un’ampia motivazione che idealmente ripercorre l’eroismo degli empolesi nel rivendicare attraverso più di vent’anni la libertà e nel resistere in maniera esemplare alla dittatura. L’antifascismo a Empoli ha radici antiche, e affonda le sue origini nei primi anni Venti del Novecento; ma l’esigenza di libertà e di ribellione alla tirannia e ai soprusi è qualcosa di atavico per gli empolesi, fa parte del loro dna. I tiranni e gli oppressori, a Empoli non sono mai piaciuti. Era ben lontana la scissione di Livorno, che già il 3 gennaio 1920 a Empoli alcuni socialisti, fra i più duri e rivoluzionari, avevano costituito, presso la casa del popolo, la guardia rossa. I giovani della guardia rossa, nel clima infuocato del dopo scissione, passeranno poi in blocco nel partito comunista d’Italia, insieme ad alcuni anarchici.
In un tessuto profondamente avverso fin dalle origini al fascismo, il momento in cui matura la svolta nella fondazione dell’identità antifascista cittadina è senza dubbio quello susseguente ai cosiddetti fatti del marzo 1921. Vediamo cosa accadde. Il 20 febbraio del 1921 Spartaco Lavagnini aveva fondato a Empoli la prima sezione del partito comunista italiano; ne rimane memoria in una lapide apposta su un edificio in via Lavagnini, in un’iscrizione in cui è condensata l’essenza più profonda dell’antifascismo empolese; è un luogo da visitare. Il resto è storia nota: Lavagnini verrà ucciso a Firenze dai fascisti il 27 febbraio e durante gli scioperi e le sommosse conseguenti al barbaro assassinio, il 1º marzo alcuni camion di marinai, provenienti da Livorno e diretti a Firenze a sostituire improvvidamente i ferrovieri scioperanti, vennero assaltati in via Chiarugi dalla popolazione di Empoli, in gran parte armata, e dalla Guardia Rossa.
Ci furono 8 morti e 9 feriti. Vennero scambiati per fascisti e quando l’equivoco fu chiarito gli otto corpi giacevano già a terra, privi di vita. Nei giorni successivi ci fu la repressione di Stato, con la città messa a ferro e fuoco dall’esercito: ci furono arresti, esecuzioni sommarie e furono dati al fuoco Comune, sedi di partito e Camera del Lavoro. L’8 maggio 1924 si aprì, davanti alla Corte d’assise di Firenze, il processo per i 132 imputati, che si concluse il 31 ottobre dello stesso anno, con 92 condanne e 40 assoluzioni. Da quel momento per centinaia di empolesi comincia un calvario che per molti finirà solo con la Liberazione. Incarcerazioni continue, soprusi, violenze, perpetrate per decenni a carico di coloro che erano anche solo sospettati di antifascismo. Gli anni Trenta sono contrassegnati a Empoli da un’intensa attività di opposizione al regime, che va organizzandosi in prevalenza fra le fila del partito comunista, con personalità emergenti divenute figure di spicco a livello nazionale da annoverare nel pantheon più nobile dell’antifascismo, come Remo Scappini, Aureliano Santini, Mario Fabiani (poi sindaco di Firenze), Mario Assirelli, Rigoletto Martini, Paolo Vezzi, Gino Ragionieri, e moltissimi altri; quel decennio per Empoli segna anche una serie infinita di deferimenti e condanne del tribunale speciale per la difesa dello Stato.
L’attività delle organizzazioni antifasciste si intensifica parallelamente nei luoghi dell’esilio, in particolar modo in Francia. Arriverà il 1936 e tanti empolesi non esiteranno ad arruolarsi nelle brigate internazionali per combattere in Spagna contro i franchisti; fra questi non possiamo non ricordare Pietro Lari, poi fucilato da tedeschi a Fossoli nel 1944, e Oreste Ristori. Arriveranno poi gli anni più difficili per tutti, con l’inizio anche per l’Italia fascista della seconda guerra mondiale; le organizzazioni antifasciste nel territorio ormai però avevano strutture e legami talmente forti che ogni volta che la polizia individuava persone sospette e le sottoponeva a “speciale ed accorta vigilanza” – e in tanti casi l’esito finale era l’invio al confino-, altre persone subentravano e incuranti del pericolo si mettevano a disposizione. L’antifascismo empolese ormai era incancellabile e niente e nessuno avrebbe potuto annientarlo; era entrato a far parte, ancora una volta, del dna di una città operaia e operosa come poche altre. I momenti più duri e le vicende più atroci giungeranno dopo l’armistizio. Accanto a grandi momenti di rivendicazione della libertà, come lo sciopero del 4 marzo del 1944, che vide migliaia di empolesi di ogni età e condizione scendere in piazza contro i nazifascisti, la tragicità della deportazione dell’8 marzo. I 111 deportati nei campi di sterminio nazisti dalla vetreria Taddei e dalle altre fabbriche empolesi resteranno vittime a perenne memoria di una guerra assurda. Torneranno in pochissimi. E, sempre sotto i continui bombardamenti, che provocarono centinaia di morti, Empoli vivrà l’epilogo più triste. La strage di piazza Ferrucci, con 29 innocenti inermi trucidati dai tedeschi per vendetta, il 24 luglio del 1944. Poco dopo la guerra e la sua scia di sangue abbandoneranno la città in un cumulo di macerie e di morti. Nessuno di loro è morto invano.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
In un tessuto profondamente avverso fin dalle origini al fascismo, il momento in cui matura la svolta nella fondazione dell’identità antifascista cittadina è senza dubbio quello susseguente ai cosiddetti fatti del marzo 1921. Vediamo cosa accadde. Il 20 febbraio del 1921 Spartaco Lavagnini aveva fondato a Empoli la prima sezione del partito comunista italiano; ne rimane memoria in una lapide apposta su un edificio in via Lavagnini, in un’iscrizione in cui è condensata l’essenza più profonda dell’antifascismo empolese; è un luogo da visitare. Il resto è storia nota: Lavagnini verrà ucciso a Firenze dai fascisti il 27 febbraio e durante gli scioperi e le sommosse conseguenti al barbaro assassinio, il 1º marzo alcuni camion di marinai, provenienti da Livorno e diretti a Firenze a sostituire improvvidamente i ferrovieri scioperanti, vennero assaltati in via Chiarugi dalla popolazione di Empoli, in gran parte armata, e dalla Guardia Rossa.
Ci furono 8 morti e 9 feriti. Vennero scambiati per fascisti e quando l’equivoco fu chiarito gli otto corpi giacevano già a terra, privi di vita. Nei giorni successivi ci fu la repressione di Stato, con la città messa a ferro e fuoco dall’esercito: ci furono arresti, esecuzioni sommarie e furono dati al fuoco Comune, sedi di partito e Camera del Lavoro. L’8 maggio 1924 si aprì, davanti alla Corte d’assise di Firenze, il processo per i 132 imputati, che si concluse il 31 ottobre dello stesso anno, con 92 condanne e 40 assoluzioni. Da quel momento per centinaia di empolesi comincia un calvario che per molti finirà solo con la Liberazione. Incarcerazioni continue, soprusi, violenze, perpetrate per decenni a carico di coloro che erano anche solo sospettati di antifascismo. Gli anni Trenta sono contrassegnati a Empoli da un’intensa attività di opposizione al regime, che va organizzandosi in prevalenza fra le fila del partito comunista, con personalità emergenti divenute figure di spicco a livello nazionale da annoverare nel pantheon più nobile dell’antifascismo, come Remo Scappini, Aureliano Santini, Mario Fabiani (poi sindaco di Firenze), Mario Assirelli, Rigoletto Martini, Paolo Vezzi, Gino Ragionieri, e moltissimi altri; quel decennio per Empoli segna anche una serie infinita di deferimenti e condanne del tribunale speciale per la difesa dello Stato.
L’attività delle organizzazioni antifasciste si intensifica parallelamente nei luoghi dell’esilio, in particolar modo in Francia. Arriverà il 1936 e tanti empolesi non esiteranno ad arruolarsi nelle brigate internazionali per combattere in Spagna contro i franchisti; fra questi non possiamo non ricordare Pietro Lari, poi fucilato da tedeschi a Fossoli nel 1944, e Oreste Ristori. Arriveranno poi gli anni più difficili per tutti, con l’inizio anche per l’Italia fascista della seconda guerra mondiale; le organizzazioni antifasciste nel territorio ormai però avevano strutture e legami talmente forti che ogni volta che la polizia individuava persone sospette e le sottoponeva a “speciale ed accorta vigilanza” – e in tanti casi l’esito finale era l’invio al confino-, altre persone subentravano e incuranti del pericolo si mettevano a disposizione. L’antifascismo empolese ormai era incancellabile e niente e nessuno avrebbe potuto annientarlo; era entrato a far parte, ancora una volta, del dna di una città operaia e operosa come poche altre. I momenti più duri e le vicende più atroci giungeranno dopo l’armistizio. Accanto a grandi momenti di rivendicazione della libertà, come lo sciopero del 4 marzo del 1944, che vide migliaia di empolesi di ogni età e condizione scendere in piazza contro i nazifascisti, la tragicità della deportazione dell’8 marzo. I 111 deportati nei campi di sterminio nazisti dalla vetreria Taddei e dalle altre fabbriche empolesi resteranno vittime a perenne memoria di una guerra assurda. Torneranno in pochissimi. E, sempre sotto i continui bombardamenti, che provocarono centinaia di morti, Empoli vivrà l’epilogo più triste. La strage di piazza Ferrucci, con 29 innocenti inermi trucidati dai tedeschi per vendetta, il 24 luglio del 1944. Poco dopo la guerra e la sua scia di sangue abbandoneranno la città in un cumulo di macerie e di morti. Nessuno di loro è morto invano.
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