Il Tirreno

Empoli

La figlia di Moro e la ex brigatista, la storia di un prodigio

Lucia Aterini
Da destra: Guido Bertagna, Adriana Faranda e Agnese Moro
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Da destra: Guido Bertagna, Adriana Faranda e Agnese Moro

Vinci, le due donne raccontano un percorso di riconciliazione nell’ambito di una giustizia che non guarda alla pena

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VINCI. Il consiglio pastorale del Montalbano occidentale ha dato un messaggio fuoritempo, quasi irreale, passando il messaggio che nel mondo non va tutto a velocità pazzesca. La relazione, il dialogo, l’ascolto dell’altro esistono ancora. Non abbiamo solo le polarizzazioni, il buono e il cattivo. E se si commette un errore non siamo dannati in eterno. Ci si può dare da fare per riparare il male che abbiamo fatto. Tutto questo, sempre il consiglio pastorale e in particolare la commissione cultura, lo ha fatto invitando a Vinci, nel teatro della Misericordia nell’ambito di “Vincincontri”, due donne speciali: la figlia di Aldo Moro, Agnese Moro, e l’ex brigatista Adriana Faranda. Speciali, non tanto per il loro passato, ma per quello che stanno facendo insieme oggi, un percorso di riconciliazione nell’ambito di una giustizia diversa, quella che non guarda alla pena, ma alle relazioni. E che si chiama giustizia riparativa.

Dunque dire solo che due nemiche sono diventate amiche è banale. Sì, perchè come hanno detto loro, si fanno anche delle risate insieme. Ma, insieme, hanno fatto molto di più mettendo al centro del loro interesse il danno umano e la sua possibile riparazione. Una “cosa audace e delicata”. Con loro un altro personaggio speciale, padre Guido Bertagna, gesuita, che a Milano ( e poi a Roma) ha dato il via a questo percorso con familiari di vittime ed ex terroristi. Un lavoro che porta avanti dal 2008 insieme a Claudia Mazzuccato, docente universitaria, e Adolfo Ceretti, criminologo. «Questo è un cammino che si nutre di molto silenzio - ha spiegato all’inizio della serata don Bertagna - siamo partiti dal fatto che il nostro paese non ha mai rivisitato la nostra storia. Abbiamo provato a trovare una ricomposizione. Il gruppo con il quale abbiamo lavorato ha coinvolto 25 persone».
Alla domanda “come è stato possibile questo avvicinamento” Agnese Moro ha risposto: «Si tratta del diritto a stare meglio - ha raccontato - io non sono buona, l’ho fatto per stare meglio. Nel caso di mio padre oltre alla sua morte ci sono stati il contorno dell’abbandono, il disprezzo che è stato espresso per lui. Di fronte a questi schiaffoni, tu hai voglia di giustizia. Ti viene proposta quella penale. Ma gli anni di prigione non danno niente. Un pezzo di me era sempre ferno al palo e poi mi sono accorta che avevo investito più sui morti che sui vivi. Ho detto basta e questa parola mi ha aperto la porta. Ho trovato Guido Bertagna al quale all’inizio avevo detto no . Lui non si è arreso e ho iniziato a partecipare alle riunioni. Il primo passo è stato quello di andare a vedere il volto di quelli che avevi pensato fossero dei mostri. Ho trovato delle persone e il loro dolore perché avevano combinato delle cose che non potevano aggiustare . Non avevo la privativa industriale del dolore».
«Da loro ho imparato che niente può essere così grave da far interrompere il dialogo con qualcuno - va avanti - loro si sono presentati senza giustificazioni».

E dalla parte di Adriana Faranda? «Ho scontato la pena - ha risposto - ma alla fine mi mancava tanta strada ancora, erano comunque assenti le persone, io ero un fascicolo. Le persone che avevo ferito ancora non c’erano. Mancava ancora la giustizia che affrontava le relazioni umane, che affrontava la ferita più grande che avevamo inferto. Cercavo la strada per rendermi responsabile verso le persone». «Ci siamo trovati di fronte a parole terribili, abbiamo dato risposte dolorose per loro - spiega ancora - ma loro le hanno ascoltate. Abbiamo avuto più ascolto da loro che da altri». «Stando con Agnese Moro - spiega - sono riuscita a voler bene a suo padre. A vedere meglio l’errore e l’orrore di quello che abbiamo fatto» E conclude: «Non l’ho fatto per stare meglio, pensavo che fosse mio dovere. Era l’unico modo per tornare all’inizio di quello che ero stata».

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