La protesta
«Noi, travolti fra cocci e sangue ci siamo salvati»
di Marco Sabia
Mattia, Isak e Lorenzo: tre fucecchiesi nell’inferno bianconero di piazza San Carlo
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FUCECCHIO. Hanno rischiato di morire schiacciati e soffocati nella calca di piazza San Carlo a Torino, dove volevano festeggiare la vittoria della Juventus e dove invece – per alcuni minuti – è successo il finimondo, con oltre 1. 500 feriti, alcuni dei quali gravi. Trentamila persone presenti, tra cui molte da Fucecchio e dal resto del circondario.
Tre di queste hanno visto la morte in faccia: Mattia Buzza, Isak Nokho e Lorenzo Mario Luisi; non erano lì assieme ma si trovavano in piazza perché tutti tifosi della vecchia signora. «Sembrava l’Heysel – racconta Mattia – io ho pensato soltanto a dileguarmi e non ho capito come ho fatto, visto che non riuscivo a respirare. Ho visto la ringhiera andare giù e quella è stata una bella botta, da lì sono scappato. C’era sangue ovunque; nel fuggire sono andato in un condominio ed ho aspettato lì. Tanto, tanto spavento e qualche taglietto: in questi casi l’importante è salvarsi, la vera vittoria è stata quella. Sinceramente cosa è accaduto nei dettagli non lo so, in quei momenti pensi solo a fuggire e salvarti la vita».
Ma c’è anche chi è dovuto ricorrere alle cure mediche, come Lorenzo, che ha dei punti sulla gamba destra: «È stato un attimo, abbiamo sentito un boato e la gente ha pensato ad un attentato. Mi sono ritrovato a terra ma mentre cercavano di montarmi sopra sono riuscito a divincolarmi. Poi ho cercato di liberare la mia ragazza ma non era possibile: eravamo tutti bloccati e mancava l’aria. Siamo riusciti ad uscire perché lei si era impaurita, così ci hanno fatto strada. Poi siamo entrati nella prima casa che abbiamo trovato e lì mi sono accorto di avere la gamba piena di sangue. A quel punto mi son fatto medicare e poi siamo partiti per tornare a casa. Poteva andarci peggio però c’è veramente troppa paura».
Infine Isak Nokho, che ha dovuto salvare un amico: «Ero a 30-40 metri dal “botto” , la gente urlava “bomba, bomba” e tutti volevano uscire dalla piazza. Così si è creato il caos: un mio amico è rimasto sotto ed ha perso conoscenza; ho provato a fermare la gente dicendo che non era successo niente ma non c’è stato nulla da fare. Poi sono rientrato dentro ad aiutare due ragazze, ho strappato la mia maglia e l’ho usata per fermare il sangue che usciva da una ferita di una di loro. Caricavamo i feriti su i furgoni della polizia, c’era sangue dappertutto. Io ero abbastanza calmo perché sono alto 1 metro e 95 e riuscivo a vedere cosa accadeva; altri, invece, sono rimasti sotto, con tutte le conseguenze del caso. Non mi scorderò mai un padre che piangeva perché non trovava più suo figlio. Credo di essermi salvato e di aver salvato il mio amico non andando nella stessa direzione della folla, anche se sinceramente ancora non riesco a metabolizzare quello che è accaduto, non riesco a ricostruire il tutto in maniera razionale. Ad un certo punto della partita non me ne fregava più niente, non ho nemmeno guardato il risultato, c’erano le persone a terra che urlavano».
I tre tifosi fucecchiesi si trovavano in posizioni differenti: Mattia nei pressi della ringhiera caduta, Isak in fondo a destra (guardando frontalmente il maxischermo) e Lorenzo si è visto arrivare la folla dalla parte opposta, trovando la salvezza entrando in una casa. Tutti e tre – come il resto della piazza – non erano certo pronti a gestire una situazione del genere; solo dopo esser fuggiti dalla calca hanno potuto tirare il primo sospiro di sollievo.
Isak, ad esempio, è tornato in piazza per cercare di ritrovare i propri oggetti personali e almeno da questo punto di vista è stato fortunato, a differenza di tanti altri che non avevano più niente. Lorenzo e Mattia, invece, non hanno avuto bisogno di rientrare in piazza San Carlo, perché ancora in possesso di cellulare, portafoglio e documenti vari. Tre ragazzi che hanno vissuto minuti da infarto, come le decine di migliaia di persone in piazza, che hanno lasciato Torino con le loro maglie bianconere macchiate di sangue.
Ancora non è chiaro cosa abbia scatenato l’onda, la “carica” della folla, ma quel che è certo è che una serata di festa si è trasformata in una notte da dimenticare al più presto.
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©RIPRODUZIONE RISERVATA
Tre di queste hanno visto la morte in faccia: Mattia Buzza, Isak Nokho e Lorenzo Mario Luisi; non erano lì assieme ma si trovavano in piazza perché tutti tifosi della vecchia signora. «Sembrava l’Heysel – racconta Mattia – io ho pensato soltanto a dileguarmi e non ho capito come ho fatto, visto che non riuscivo a respirare. Ho visto la ringhiera andare giù e quella è stata una bella botta, da lì sono scappato. C’era sangue ovunque; nel fuggire sono andato in un condominio ed ho aspettato lì. Tanto, tanto spavento e qualche taglietto: in questi casi l’importante è salvarsi, la vera vittoria è stata quella. Sinceramente cosa è accaduto nei dettagli non lo so, in quei momenti pensi solo a fuggire e salvarti la vita».
Ma c’è anche chi è dovuto ricorrere alle cure mediche, come Lorenzo, che ha dei punti sulla gamba destra: «È stato un attimo, abbiamo sentito un boato e la gente ha pensato ad un attentato. Mi sono ritrovato a terra ma mentre cercavano di montarmi sopra sono riuscito a divincolarmi. Poi ho cercato di liberare la mia ragazza ma non era possibile: eravamo tutti bloccati e mancava l’aria. Siamo riusciti ad uscire perché lei si era impaurita, così ci hanno fatto strada. Poi siamo entrati nella prima casa che abbiamo trovato e lì mi sono accorto di avere la gamba piena di sangue. A quel punto mi son fatto medicare e poi siamo partiti per tornare a casa. Poteva andarci peggio però c’è veramente troppa paura».
Infine Isak Nokho, che ha dovuto salvare un amico: «Ero a 30-40 metri dal “botto” , la gente urlava “bomba, bomba” e tutti volevano uscire dalla piazza. Così si è creato il caos: un mio amico è rimasto sotto ed ha perso conoscenza; ho provato a fermare la gente dicendo che non era successo niente ma non c’è stato nulla da fare. Poi sono rientrato dentro ad aiutare due ragazze, ho strappato la mia maglia e l’ho usata per fermare il sangue che usciva da una ferita di una di loro. Caricavamo i feriti su i furgoni della polizia, c’era sangue dappertutto. Io ero abbastanza calmo perché sono alto 1 metro e 95 e riuscivo a vedere cosa accadeva; altri, invece, sono rimasti sotto, con tutte le conseguenze del caso. Non mi scorderò mai un padre che piangeva perché non trovava più suo figlio. Credo di essermi salvato e di aver salvato il mio amico non andando nella stessa direzione della folla, anche se sinceramente ancora non riesco a metabolizzare quello che è accaduto, non riesco a ricostruire il tutto in maniera razionale. Ad un certo punto della partita non me ne fregava più niente, non ho nemmeno guardato il risultato, c’erano le persone a terra che urlavano».
I tre tifosi fucecchiesi si trovavano in posizioni differenti: Mattia nei pressi della ringhiera caduta, Isak in fondo a destra (guardando frontalmente il maxischermo) e Lorenzo si è visto arrivare la folla dalla parte opposta, trovando la salvezza entrando in una casa. Tutti e tre – come il resto della piazza – non erano certo pronti a gestire una situazione del genere; solo dopo esser fuggiti dalla calca hanno potuto tirare il primo sospiro di sollievo.
Isak, ad esempio, è tornato in piazza per cercare di ritrovare i propri oggetti personali e almeno da questo punto di vista è stato fortunato, a differenza di tanti altri che non avevano più niente. Lorenzo e Mattia, invece, non hanno avuto bisogno di rientrare in piazza San Carlo, perché ancora in possesso di cellulare, portafoglio e documenti vari. Tre ragazzi che hanno vissuto minuti da infarto, come le decine di migliaia di persone in piazza, che hanno lasciato Torino con le loro maglie bianconere macchiate di sangue.
Ancora non è chiaro cosa abbia scatenato l’onda, la “carica” della folla, ma quel che è certo è che una serata di festa si è trasformata in una notte da dimenticare al più presto.
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