Sicurezza
Una Fede per lo sport
di MARIO NERI
Pellegrini da qui guarda Tokyo: «Io vecchia? Non mi arrendo»
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Tutti lì, a bordo vasca, a guardarla mentre macina cloro e solleva le onde. Si allena sulla distanza corta, ma lei la riempie di bracciate e visioni iridate per i bambini e le bambine venuti a osservare i sogni, a scrutarli, studiarli sul corpo della signora delle acque, magari per poi provare a imitarla, emularla, a tuffarsi come lei, lei che quando si immerge vola, un corpo di donna trasformato in bandiera dello sport, lei la prima ad aver fatto nuotare l’Italia nel mondo. «Vedi, la Fede il braccio lo distende così, per darsi più spinta si piega così…», dicono le ragazzine del sincronizzato. Centinaia di pulcini e allievi del nuoto, babbi, mamme, non c’è nessuno che alla piscina comunale di Empoli non sia a caccia di un selfie con Federica Pellegrini. La “divina” del nuoto italiano è la star assoluta di questa 25° esima edizione del meeting Città di Empoli organizzata dalla Tnt. Nel pomeriggio la aspettano i 100 stile, non proprio la sua distanza, ma abbastanza per prosciugare la mezza città che non è andata al mare e portarla tutta qui.
«Non è la prima volta che vengo, sapete? – dice in conferenza stampa, alla concessionaria Scotti sul viale Togliatti, sponsor e mecenate dell’evento – ci sono stata nel 2001, avevo undici o dodici anni credo. Se ho vinto? Boh, ricordo solo di aver fatto i 1. 500. La mia prima e ultima volta». Una scalata sull’Everest per una abituata al free climbing delle onde, una traversata lenta e senza fine per una che «si allena un anno intero per giocarsi tutto in un minuto e poco più di cinquanta secondi». Esattamente 1’52’’98, record mondiale sui 200 stile libero nel 2009 dopo l’oro olimpico a Pechino, la misura della sua vita, il tempo su cui calibrare un’esistenza. Undici primati infranti, un medagliere sconfinato, fama, popolarità, ma anche delusioni cocenti. Londra 2012, poi la saudade carioca dell’insuccesso in Brasile, l’amara malinconia di una tigre che spalanca le fauci ma non riesce a ruggire. A Rio, dopo il quarto posto, disse: «Forse è tempo di cambiare vita». Si fece fotografare di spalle all’obiettivo, sullo sfondo il parco olimpico. Esule di una terra che aveva dominato. Poi sono arrivati i mondiali canadesi a dicembre, l’oro in vasca corta, dove lei sembrava essere più fragile, troppa potenza da sprigionare in 25 metri. Quando sembrava che il cloro avesse ormai consumato i suoi ventotto anni. In una delle ultime foto pubblicate su Instagram “Mafaldina” è sempre di spalle, sempre con la vasca sullo sfondo, lo skyline della sua carriera, ma questa volta è aggrappata ad una sbarra, i pesi appesi a un cinturone, i capelli legati da combattente, dorsali e spalle un fascio di muscoli. L’acqua la Fede vuole azzannarla. Ventotto anni, la davano per finita. «Troppo vecchia per Tokyo 2020? Intanto vediamo quando arrivo al 2020 come sto, poi ne riparliamo». Mai mollare la presa, mai arrendersi. Anche in questi tempi di grandi addii allo sport, lei pensa alla vittoria. «Tifo Juve», grida a bimbi del club di nuoto.
«Le sconfitte, le brutte botte, me le lascio sempre alle spalle con facilità. Non mi serve molto per resettare. L’acqua è il mio elemento, mi immergo e passa tutto». Fai nuotare la vita, non affonderà mai. E lo dice una che in vasca si è bruciata. L’Araba fenice del nuoto italiano, è svanita e risorta, ha incenerito in un attimo le delusioni. «Sono ripartita dalla voglia di non chiudere la mia carriera così». Se l’è perfino tatuata sul collo, le piume dell’uccello mitologico stampate sul piede sinistro. Una Fede per lo sport. Ma non ha una ricetta da dispensare. Campionessa, ma senza eredità. «Nessuno mi ha tramandato la passione, mia mamma faceva nuoto a livello amatoriale, mio padre in acqua è un piombo. Semplicemente ho iniziato con i corsi di adattamento all’acqua da neonata, credo che lì sia scattato qualcosa». Così il suo futuro liquido, l’orizzonte a idrogeno è un ritorno ai primordi. Per ora procede per obiettivi a breve termine. «Intanto fra poco ci saranno i Sette Colli di Roma, poi andrò in altura». Sui monti, sempre più su, dove l’aria è rarefatta per toccare il fondo della resistenza. «Poi, una volta scesa, ci saranno i mondiali di Budapest». Undici primati, undici tatuaggi. Un corpo che parla. Non cinguetta mai Fede. Racconta. E quelli sono i segni lasciati dalla fatica, i giri di boa della sua vita. Il primo, a 14 anni: un draghetto sulla caviglia. A 21 tre rose e il nome di Alberto Castagnetti, il suo allenatore morto. Oggi al suo fianco c’è Matteo Giunta. Ma servono le spalle larghe per le ambizioni di un Paese che ogni giorno la osserva, curiosa anche nella sua vita privata. «Gossip? No, grazie», l’aut l’aut dato ai giornalisti. No, neanche ora che quasi non si parla di lei se non per chiedere cos’è questa storia della rottura con Pippo Magnini. Un amore colato a picco dopo sei anni di baci e cloro. Nozze annullate, vacanze separate. Cosa c’è di vero?. Lo chiedono perfino le ragazzine. «Fede Fede, un autografo sulla maglietta, proprio qui su questa, vedi», dice un bambino mostrando la t-shirt con scritto + nuoto – bulli. E la sua storia è un messaggio anche per loro. «Reagite alle cose brutte con la passione, per me il nuoto è vita, tutta la mia forza è nell’acqua. Ma c’è tempo per diventare campioni. Non pensateci. Entrate in vasca e divertitevi».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Non è la prima volta che vengo, sapete? – dice in conferenza stampa, alla concessionaria Scotti sul viale Togliatti, sponsor e mecenate dell’evento – ci sono stata nel 2001, avevo undici o dodici anni credo. Se ho vinto? Boh, ricordo solo di aver fatto i 1. 500. La mia prima e ultima volta». Una scalata sull’Everest per una abituata al free climbing delle onde, una traversata lenta e senza fine per una che «si allena un anno intero per giocarsi tutto in un minuto e poco più di cinquanta secondi». Esattamente 1’52’’98, record mondiale sui 200 stile libero nel 2009 dopo l’oro olimpico a Pechino, la misura della sua vita, il tempo su cui calibrare un’esistenza. Undici primati infranti, un medagliere sconfinato, fama, popolarità, ma anche delusioni cocenti. Londra 2012, poi la saudade carioca dell’insuccesso in Brasile, l’amara malinconia di una tigre che spalanca le fauci ma non riesce a ruggire. A Rio, dopo il quarto posto, disse: «Forse è tempo di cambiare vita». Si fece fotografare di spalle all’obiettivo, sullo sfondo il parco olimpico. Esule di una terra che aveva dominato. Poi sono arrivati i mondiali canadesi a dicembre, l’oro in vasca corta, dove lei sembrava essere più fragile, troppa potenza da sprigionare in 25 metri. Quando sembrava che il cloro avesse ormai consumato i suoi ventotto anni. In una delle ultime foto pubblicate su Instagram “Mafaldina” è sempre di spalle, sempre con la vasca sullo sfondo, lo skyline della sua carriera, ma questa volta è aggrappata ad una sbarra, i pesi appesi a un cinturone, i capelli legati da combattente, dorsali e spalle un fascio di muscoli. L’acqua la Fede vuole azzannarla. Ventotto anni, la davano per finita. «Troppo vecchia per Tokyo 2020? Intanto vediamo quando arrivo al 2020 come sto, poi ne riparliamo». Mai mollare la presa, mai arrendersi. Anche in questi tempi di grandi addii allo sport, lei pensa alla vittoria. «Tifo Juve», grida a bimbi del club di nuoto.
«Le sconfitte, le brutte botte, me le lascio sempre alle spalle con facilità. Non mi serve molto per resettare. L’acqua è il mio elemento, mi immergo e passa tutto». Fai nuotare la vita, non affonderà mai. E lo dice una che in vasca si è bruciata. L’Araba fenice del nuoto italiano, è svanita e risorta, ha incenerito in un attimo le delusioni. «Sono ripartita dalla voglia di non chiudere la mia carriera così». Se l’è perfino tatuata sul collo, le piume dell’uccello mitologico stampate sul piede sinistro. Una Fede per lo sport. Ma non ha una ricetta da dispensare. Campionessa, ma senza eredità. «Nessuno mi ha tramandato la passione, mia mamma faceva nuoto a livello amatoriale, mio padre in acqua è un piombo. Semplicemente ho iniziato con i corsi di adattamento all’acqua da neonata, credo che lì sia scattato qualcosa». Così il suo futuro liquido, l’orizzonte a idrogeno è un ritorno ai primordi. Per ora procede per obiettivi a breve termine. «Intanto fra poco ci saranno i Sette Colli di Roma, poi andrò in altura». Sui monti, sempre più su, dove l’aria è rarefatta per toccare il fondo della resistenza. «Poi, una volta scesa, ci saranno i mondiali di Budapest». Undici primati, undici tatuaggi. Un corpo che parla. Non cinguetta mai Fede. Racconta. E quelli sono i segni lasciati dalla fatica, i giri di boa della sua vita. Il primo, a 14 anni: un draghetto sulla caviglia. A 21 tre rose e il nome di Alberto Castagnetti, il suo allenatore morto. Oggi al suo fianco c’è Matteo Giunta. Ma servono le spalle larghe per le ambizioni di un Paese che ogni giorno la osserva, curiosa anche nella sua vita privata. «Gossip? No, grazie», l’aut l’aut dato ai giornalisti. No, neanche ora che quasi non si parla di lei se non per chiedere cos’è questa storia della rottura con Pippo Magnini. Un amore colato a picco dopo sei anni di baci e cloro. Nozze annullate, vacanze separate. Cosa c’è di vero?. Lo chiedono perfino le ragazzine. «Fede Fede, un autografo sulla maglietta, proprio qui su questa, vedi», dice un bambino mostrando la t-shirt con scritto + nuoto – bulli. E la sua storia è un messaggio anche per loro. «Reagite alle cose brutte con la passione, per me il nuoto è vita, tutta la mia forza è nell’acqua. Ma c’è tempo per diventare campioni. Non pensateci. Entrate in vasca e divertitevi».
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