Il Tirreno

Empoli

Bruciò l’auto della sua ex il giudice dimezza la pena 

di Matteo Leoni
Bruciò l’auto della sua ex il giudice dimezza la pena 

Ridotta in appello la condanna di primo grado a un commerciante e al suo complice Secondo la Corte la donna all’epoca dei fatti non sapeva chi la stesse minacciando

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EMPOLI. Insieme a un complice ha organizzato una finta rapina per impossessarsi del telefono cellulare della ex, ha fatto bruciare le auto delle sue amiche, le ha piazzato una cimice in auto e ha cercato di farla incriminare piazzandole della droga nella vettura. Ma non è stalking. L’uomo, un commerciante quarantacinquenne residente nell’Empolese-Valdelsa, e il suo complice trentaduenne, sono stati assolti in appello da tale accusa dal tribunale di Firenze.
In questo modo i giudici hanno quasi dimezzato la pena inflitta ai due in primo grado. Due anni e quattro mesi per il commerciante, a fronte dei quattro anni e due mesi avuti alla fine del primo processo; 3 anni per il complice – a fronte dei 5 avuti in primo grado – considerato l’esecutore materiale e in alcuni casi l’ispiratore degli episodi.
Restano in piedi invece le accuse di rapina, minacce, lesioni e calunnia. Gli episodi sono avvenuti nella prima metà del 2015. La vittima è una donna dell’Europa dell’Est di circa 40 anni. Lei cominciò a subire le azioni dell’ex compagno il 18 giugno 2015, quando la polizia di Prato, in seguito ad una soffiata, trovò nella sua auto circa 10 grammi di cocaina. La donna fu denunciata, ma dichiarò di non sapere nulla di quella droga e di non averne mai fatto uso in vita sua.
Pochi giorni dopo la polizia ricevette una seconda chiamata dello stesso tenore e trovò lo stesso quantitativo e tipo di droga nell’auto della donna. Gli investigatori, insospettiti dalla strana dinamica dei fatti, scoprirono che la droga era stata piazzata nell’auto, arrivando poi all’ex della donna. Poi ci furono l’incendio di un’auto della donna e di due sue amiche. Senza contare una rapina subita dalla quarantenne mentre usciva da casa dell’ex compagno, dove si era recata per ricuperare i suoi effetti personali. Per l’accusa fu lui a organizzarla: temendo che lei avesse un altro uomo, architettò l’aggressione per impossessarli del telefono di lei e vederne i contenuti. In un’intercettazione inoltre l’uomo avrebbe minacciato la ex compagna di gettarle dell’acido sul volto: già durante il processo di primo grado tuttavia la minaccia non venne presa in considerazione, anche perché pronunciata in un momento di rabbia e prima che lui seguisse un percorso psicologico antiviolenza, ora completato. Resta tuttavia una spaventosa sequenza di episodi, che però per i giudici della Corte di Appello non sono stalking.
In attesa delle motivazioni della sentenza, l’ipotesi più probabile è che siano state accolte alcune delle osservazioni avanzate dagli avvocati difensori. La vittima all’epoca dei fatti non avrebbe ricondotto all’ex compagno i fatti negativi che le erano accaduti. Per questo le vessazioni subite non l’avrebbero indotta a cambiare abitudini di vita, né le avrebbero instillato quel perdurante stato di ansia e di paura che le legge prevede perché si possa parlare di stalking.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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