Il Tirreno

Empoli

Addio don Renzo prete operaio e controcorrente 

di Marco Pagli
Addio don Renzo prete operaio e controcorrente 

Fanfani si è spento alla Vincenzo Chiarugi Aveva 82 anni, il cordoglio di tutta Empoli 

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EMPOLI. Si è spento la notte scorsa nella residenza sanitaria “Vincenzo Chiarugi”, dopo aver trascorso alcuni giorni all’ospedale San Giuseppe. Don Renzo Fanfani aveva 82 anni e una vita incredibile alle spalle. La notizia della sua morte è rimbalzata nelle case del popolo e nelle chiese, nelle strade della città e lungo i vicoli del suo quartiere che aveva adottato e che lo aveva adottato, Avane.
Una commozione enorme che si è convogliata nella cappella della residenza della Misericordia, dove è rimasta esposta la sua salma fin dalla tarda mattinata di ieri. Don Renzo era diventato quasi un luogo della città, tanto era imponente e conosciuta la sua figura. Pietra angolare di un’intera comunità, fatta di mille sfaccettature. Era un uomo di parte, incapace di stare in mezzo. Ma in grado di unire. Un empolese del mondo, convinto che ogni battaglia combattuta nel suo piccolo quartiere fosse la chiave per emancipare l’umanità. E negli anni ne aveva portate avanti tante, sempre in prima fila e sfidando le contraddizioni. La lotta al degrado in un frazione che sul finire degli anni ’80 era il simbolo della periferia, la difesa del lavoro, della sua dignità. E poi l’impegno per la Costituzione, che lui stesso definiva la “Bibbia laica” e distribuiva ai cresimati insieme al Vangelo. L’attenzione agli ultimi e le messe all’interno della casa del popolo. Insomma, una figura troppo grande per essere contenuta in un’unica definizione. Ma se ce n’era una che lo aveva accompagnato per tutta la vita e che meglio lo raccontava era quella di “prete operaio”. Era cominciato tutto così. Con un giovanotto di 19 anni che entra a lavorare in fabbrica. Era il 1954, quando Fanfani viene assunto alla Pignone. Un anno dopo lascia Firenze, la sua città, per l’Accademia di Modena. Quella militare è una parentesi lunga 8 anni, che lo vede diventare capitano nei Granatieri di Sardegna. Ma rimane una parentesi. A 20 anni capisce che la sua vita è altrove. Entra in seminario e viene nominato sacerdote nel 1966.
Fin dall’inizio è una figura scomoda. Quando decide di riprendere il lavoro in fabbrica, lo fa senza il permesso del cardinale. Ma il richiamo di preti operai come Bruno Borghi è troppo forte. Nella sua visione non c’è predica senza calli alle mani, non c’è insegnamento senza condivisione. Negli anni lavora in alcune aziende chimiche fiorentine e in fonderia, per poi entrare nel mondo delle vetrerie di Empoli, in quella che diventerà la sua città. La prima tappa del suo sacerdozio empolese è Tinaia, dove aprirà anche la sua officina di fabbro. Prima era stato a Spicchio, a Vinci. Poi nel ’90 la diocesi di Firenze destina Don Renzo ad Avane. È terra di periferia. Lavora per ricostruire i fili interrotti di una comunità. Apre le porte della chiesa e varca quelle invalicabili della casa del popolo. Partecipa alle feste dell’Unità, sfila con i lavoratori al corteo del Primo Maggio, mentre le sue omelie si fanno sempre più partecipate. Per combattere lo spaccio e il degrado si fa luogo di aggregazione. Diventa un simbolo, dentro e fuori Empoli. Prende posizione contro i licenziamenti alla Nuova Pignone e in altre fabbriche. È uno dei motori del Comitato in difesa della Costituzione e nel 2006, in occasione del referendum, srotola uno striscione rosso di 20 metri con la scritta “No” dal campanile della chiesa di Avane. E nello scorso autunno è di nuovo sceso nell’agone contro la modifica della Carta proposta nel referendum del 4 dicembre. Nel 2007 viene chiamato in un piccolo paesino del Trentino, per sostituire un prete operaio come lui che era morto.
A quella che ribattezza come la “messa dell’arrivederci”, celebrata nel salone della casa del popolo, partecipano centinaia e centinaia di persone. Dalla Val di Non, però, torna dopo un breve periodo. Nel 2014 la sua città ha voluto omaggiarlo con il Sant’Andrea d’Oro, il massimo riconoscimento del municipio, «per aver interpretato il senso profondo di identità civile e orgoglio di appartenere ad una comunità che, glorificando chi si impegna per lei, esalta in realtà tutta se stessa».
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