Il Tirreno

Empoli

Ogni giorno si perdono quattro posti di lavoro 

di Marco Pagli
Ogni giorno si perdono quattro posti di lavoro 

E ora anche la cassa integrazione sta terminando per centinaia di addetti

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EMPOLI. Quella che ha subito il settore del legno nel territorio è stata una desertificazione più che una crisi. Un mare di sabbia che si è mangiato gran parte di un territorio fiorito in un’epoca ormai lontana, lasciando solo delle piccole oasi di lavoro. In sette anni, dal 2010 a oggi, degli oltre mille addetti del comparto ne sono rimasti all’incirca la metà. E di questi solo il 40% al momento sono attivi, mentre gli altri sono a casa coperti da una cassa integrazione per molti ormai agli sgoccioli. Un deserto, come dicevamo. Che rischia di inaridirsi ancora di più, perché la riforma degli ammortizzatori sociali ha reso più oneroso per le imprese aprire procedure di cassa e quindi la nuova parola d’ordine in caso di difficoltà è diventata licenziare. Il legno, arso, si sta trasformando in cenere. «Sono mesi che seguo procedure di licenziamento al ritmo di tre o quattro lavoratori al giorno – racconta Alessandro Lippi, segretario provinciale Fillea Cgil – questo avviene in tutto il territorio fiorentino e nel circondario con forza se possibile maggiore. L’area più colpita è la Valdelsa: qui, tra Castelfiorentino, Certaldo e Gambassi, fino a qualche anno fa si concentrava un filiera che occupava oltre un migliaio di persone tra gli addetti delle aziende medio-grandi e quelli delle piccole e piccolissime nell’indotto». Una situazione difficile, anzi difficilissima. Oltre alla crisi, infatti, pesano altri fattori. A partire dalle difficoltà vissute dall’edilizia, che per anni ha fatto da traino a quello del legno. Per arrivare a condizioni strettamente connesse al settore. Come l’egemonia imposta da grandi multinazionali dell’arredamento, che in poco tempo hanno mandato all’aria molte delle produzioni artigianali. «Questa è la cornice – prosegue Lippi – dentro poi ci sono le responsabilità degli imprenditori del comparto, che non riescono a fare sistema. C’è un campanilismo sfrenato che blocca ogni tipo di sinergia tra produzioni diverse. E questo è anche alla base dell’incapacità di ottenere finanziamenti europei tramite la Regione: le realtà sono troppo piccole e i soldi non vengono stanziati. C’è da dire, inoltre, che il mercato interno è al palo: il 98% degli ordini raccolti alla Fiera di Milano riguardano l’estero. A dare un altro colpo mortale sono arrivate, infine, le sanzioni contro la Russia, che per molte delle nostre aziende rappresentava il principale mercato con quote che sfioravano l’80% delle commesse». Un mix fatale che dallo scoppio della crisi (che nel legno si è cominciata a sentire solo dal 2010) ha di fatto dimezzato la capacità occupazionale del settore. A rimetterci sono stati e continuano ad essere in primis i lavoratori, i quali in molti casi sono costretti a «fare da banca» alle aziende che ancora rimangono attive. «Gli operai si sono ridotti gli stipendi e hanno perso molti diritti – conclude – spesso riscuotono in ritardo. Sono loro i primi creditori delle aziende per le quali lavorano. Si tratta di professionisti veri, che producono qualità. Ma l’insieme di fattori esterni ed interni, errori e circostanze fatali, li ha messi all’angolo. A peggiorare il quadro la riforma degli ammortizzatori sociali, che ha gravato le aziende di una contribuzione del 12% su ogni ora di cassa integrazione richiesta. Questo sta spingendo quasi tutti coloro che riscontrano delle difficoltà a licenziare».

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