Proteste
I morti non cancellano le favelas a Empoli - Video
Viaggio tra vecchi e nuovi dormitori abusivi un mese dopo la tragedia di via Livornese. Ex fabbriche occupate anche per i continui rinvii di bonifiche e demolizioni. Senzatetto pure in piazza Matteotti: proteste. E intanto chiude il centro di emergenza
EMPOLI. La tragedia non ha cancellato le favelas. Così come non ci erano riusciti in precedenza i blitz delle forze dell’ordine. E non basta neanche il centro di accoglienza straordinario (che ha chiuso mercoledì 5 aprile), allestito tre mesi fa in tutta fretta dall’Unione di fronte all’esplosione del fenomeno, in concomitanza con l’abbassamento delle temperature.
I mostri di degrado sono ancora lì, fatiscenti, pieni di pericoli, sporcizia, amianto e disperazione; qualche proprietario ha provato a tutelarsi, chiudendo gli accessi in maniera artigianale quanto inefficace, nell’attesa (che in alcuni casi va avanti da decenni), di far partire demolizioni e bonifiche che eliminerebbero buona parte del problema ma che ancora non si vedono, nonostante gli annunci e le promesse.
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Il Comune — dal canto suo — dopo l’inerzia iniziale, si è messo in moto, con polizia municipale e assistenti sociali che hanno battuto a tappeto le ex fabbriche, offrendo aiuto ai “fantasmi” che le popolano, molti dei quali, però, vogliono rimanere tali, per scelta di vita ma anche — in altri casi — perché si tratta di stranieri irregolari. Però, al di là delle esigenze, della volontà e dei desideri di ciascuno, c’è un aspetto che non può essere ignorato. Perché non è giusto — per esempio — e neanche decoroso, che un cittadino arrivi in piazza Matteotti, nel cuore della città e si ritrovi a parcheggiare accanto a un senzatetto che ha trasformato le scale di una casa disabitata nel suo piccolo rifugio, con tanto di materasso, cuscino, coperta e vestiti appesi. Ed è per questo che residenti e commercianti chiedono a gran voce l’intervento della polizia municipale: «Se ha bisogno, deve essere aiutato. Ma se non vuole, va mandato via da lì. L’aria è irrespirabile, l’odore di orina è nauseabondo».
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Da lì è partito il nostro giro nei rifugi dei disperati. Che sono ancora tanti e che mettono i brividi per il livello di rischio e sporcizia che hanno raggiunto.
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Tutto questo esattamente un mese dopo la tragedia di Santa Maria, con due uomini carbonizzati in un vecchio casolare abbandonato di proprietà della famiglia di Luciano Spalletti, allenatore della Roma: l’identità delle vittime sarà svelata da dna e cellulare, ma intanto i corpi sono ancora in cella frigo all'istituto di medicina legale a Firenze. Si tratterebbe di 2 clochard romeni e per l'identificazione (attesa a giorni), saranno decisivi i rilievi su alcuni abiti e i dati di un telefono ancora funzionante.
La prima tappa è nell’ex fabbrica di fiammiferi Rosselli, a Pontorme, già in passato teatro di incendi ma anche di sgomberi da parte delle forze dell’ordine. Ebbene, non è cambiato niente. Il sentiero è tracciato dall’erba calpestata: si cammina lungo l’argine dell’Orme, quindi si scende. E lì si apre un mondo parallelo, fatto di siringhe e rifiuti ovunque: una quantità indescrivibile di resti di qualsiasi cosa, montagne di vestiti usati, probabilmente rubati (e poi selezionati) nei cassonetti gialli.
Un villaggio dimenticato, ma non abbandonato da tutti. C’è chi si è ricavato una cameretta in uno degli immobili vicini all’ingresso; almeno altre tre persone — invece — si sono sistemate al primo piano del capannone centrale: la porta è bloccata in maniera artigianale, le scale portano a una camera con materassi, vestiti, scarpe, qualche padella, resti di falò, oggetti personali, sotto a un tetto che potrebbe crollare da un momento all’altro.
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Un po’ come nell’ex vetreria Sve, nel quartiere Santa Maria a due passi dalla Coop. Dove negli ultimi giorni sono stati affissi una serie di cartelli: «Attenzione, vietato l’ingresso. Tribunale di Firenze — fallimento n. 134/11. Su questo immobile è attivo un servizio di vigilanza». Ed effettivamente, intorno ai cancelli, ci sono un nel po’ di bigliettini lasciati dagli agenti di un istituto privato: ma probabilmente non bastano a tenere lontani coloro che hanno bisogno di un tetto. Che invece stanno alla larga da una vecchia fabbrica di costruzioni in via Livornese, ignorata dai clochard ma non dagli incivili, che ci hanno riversato rifiuti di ogni tipo: c’è una “corsia preferenziale” (grazie alla rete di recinzione abbassata ad arte) e nei piazzali, come nel capannone, si trova di tutto, a cominciare da elettrodomestici e passeggini.
A poche centinaia di metri c’è proprio il casolare maledetto, dove la notte tra il 3 e il 4 marzo scorso, sono rimasti uccisi due uomini in un incendio. Ci sono ancora i cartelli di sequestro, le bombole del gas accatastate all’esterno e il mazzo di fiori — ormai secchi — che qualcuno il giorno dopo la tragedia, lasciò al cancello. Passando all’ex Vitrum, in zona stazione, l’accesso ormai “storico” da via Curtatone e Montanara è stato coperto con una serie di tavole in legno. Che però qualcuno ha già forzato, aprendo un varco per accedere alle tende da campeggio, dove vivono un paio di famiglie, bambini compresi. E poi c’è la Montevivo a Ponzano, poche settimane fa tornata tristemente alla ribalta per l’acqua arancione (sulla quale sono in corso le analisi dell’Arpat) , proveniente dall’ex azienda chimica, che aveva invaso il rio accanto a parco e case. L’immobile all’ingresso è stato suddiviso in due “appartamenti”, uno dei quali dotato do stufa, che per quanto è rudimentale fa venire brutti pensieri: è già successo e può succedere ancora.
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CHIUDE IL CENTRO DI EMERGENZA
Mercoledì 5 aprile otto clochard hanno dormito per l’ultima volta nel mini-dormitorio allestito nei primi giorni del 2017 dalla Misericordia in un piccolo locale della Caritas in via San Francesco, grazie a un bando da 7.000 euro dell’Unione. L’emergenza freddo è ormai alle spalle «e la struttura - sottolinea l’assessora comunale Arianna Poggi - era nata proprio come soluzione temporanea per aiutare i senzatetto nel periodo invernale. D’ora in poi si libereranno anche alcuni posti nella casa-albergo Emmaus della Misericordia, quindi chi lo vorrà, sarà comunque aiutato».
Il dormitorio ha ospitato inizialmente 4-5 clochard (non sempre gli stessi) per notte, poi il passaparola ha portato a una presenza costante - negli ultimi due mesi - di 8 persone, soprattutto romeni, marocchini e nigeriani, con un 10% di italiani. Numeri che confermano la necessità di un servizio di questo tipo, ma anche il fatto che non tutti i senzatetto rifiutano un aiuto. «C’è stata una presa di coscienza del fenomeno - aggiunge Poggi - e questa è stata una prima risposta al problema. Stiamo già lavorando per il prossimo inverno, cercando di migliorare e strutturare l’offerta, calibrandola alle esigenze del territorio». Perché il rischio - creando un maxi-centro di accoglienza - è che arrivino senzatetto anche da altre zone della Toscana, mandando in tilt il sistema. Dunque, qualche posto in più ci sarà, ma i locali saranno comunque di dimensioni tali da rispondere al “problema” empolese, grazie anche a censimento che sarà effettuato in collaborazione con la Croce Rossa.
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