Bloccato il progetto inceneritore a Fibbiana
di Francesco Turchi e Alessandro Marmugi
Colorobbia verso lo stop dopo le proteste, iter sospeso da 7 mesi
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EMPOLI. Oltre duecento giorni di silenzio forse non bastano a scrivere automaticamente la parola “fine”. Ma rappresentano un segnale forte: Colorobbia non sembra più intenzionata a realizzare quello che era già stato ribattezzato dagli oppositori «un inceneritore a tutti gli effetti» e che tecnicamente è un impianto per il trattamento di rifiuti e scarti industriali finalizzato al recupero di metalli preziosi e autoproduzione di energia elettrica e calore.
Gli indizi. L’8 settembre scorso, la Regione Toscana aveva richiesto la “Valutazione di impatto ambientale”. Da allora l’azienda di Montelupo non ha più fornito alcun atto ufficiale: l’iter è bloccato. C’è da dire che dal momento della richiesta di Via da parte della Regione, la documentazione può essere presentata entro tre anni, quindi tecnicamente il tempo per far ripartire il progetto, c’è ancora. Ma quella che sarebbe venuto meno è la volontà della famiglia Bitossi di andare avanti. Anche perché una parte della comunità montelupina si è fin da subito opposta all’impianto, ridando vita a quel comitato, “No biomasse a Fibbiana” che due anni prima aveva guidato la rivolta che bloccò il progetto per bruciare i Soa. E questa nuova barricata avrebbe fatto cambiare idea ai vertici di Colorobbia (specializzata nella produzione di smalti e vernici per piastrelle, vetro e metalli), che aveva presentato un progetto per costruire un impianto di trattamento degli scarti della lavorazione internamente all’azienda e non più dando in gestione a terzi questa fase del processo produttivo.
Il progetto. Nelle carte presentate da Colorobbia si stimava che l’impianto ogni anno avrebbe trattato circa 1.000 tonnellate di rifiuti (750 solidi e fangosi, 250 liquidi), di cui 650 classificati come pericolosi, per un totale di 300 tipologie (da trattamento minerali, sostanze organiche, carta, pelli, tessuti, petrolio, fanghi, fertilizzanti, plastiche, gomme, coloranti e molti altri). Anche se l’impatto sulla qualità dell’aria, in base allo studio allegato alla richiesta di Via, sarebbe stato esiguo. Un impianto costruito in una struttura già esistente e di proprietà dell’azienda, si trova in via del Lavoro 65, capace di ricavare dalle lavorazioni energia elettrica in grado di renderlo autosufficiente. Con un impatto positivo sul piano occupazionale, stimato in una quindicina di nuovi posti di lavoro.
Iter e dubbi. Il Comune, dopo aver verificato l’unico aspetto di sua competenza — cioè la conformità con il piano urbanistico (senza rilevare problemi da questo punto di vista) — aveva espresso nel parere inviato alla Regione la preoccupazione in merito all’impatto sull’ambiente circostante e sulla salute dei cittadini, richiedendo la Via. Asl e Arpat, invece, avevano inserito nei rispettivi pareri una serie di dubbi relativi a impatto ambientale elevato, dati non precisi sulle Pm10 (la centralina più vicina è a Santa Croce sull’Arno, dopo che quella di via Asia fu rimossa nel 2011) e mancanza di documentazione riguardo alla sostenibilità ambientale.
La battaglia. Nel frattempo comitato e Legambiente, si erano opposti con fermezza all’impianto, definendolo «un inceneritore». E avevano anche inviato delle osservazioni alla Regione per chiedere di assoggettare il progetto alla Valutazione di impatto ambientale. Una richiesta accolta dalla Regione, che ha chiesto all’azienda approfondimenti aggiuntivi rispetto a quelli già presentati, per dimostrare che l’impianto non è nocivo né per l’ambiente né per le persone e concedendo alla Colorobbia tre anni di tempo per presentare un nuovo progetto. Che a questo punto — a meno di ripensamenti — potrebbe non vedere mai la luce. Nel pomeriggio di ieri abbiamo contattato l’ufficio stampa della Colorobbia, che ha annunciato per le prossime ore una risposta in merito alla vicenda.
Il precedente. Già nel 2014 la Colorobbia aveva fatto dietrofront, ritirando il progetto che prevedeva la realizzazione di un impianto per il recupero energetico da Soa (corpi interi o parti, di animali o prodotti di origine animale non destinati al consumo umano) con potenzialità di 22. 500 tonnellate all’anno di materiale lavorato (provenienti dalla macellazione bovina, suina, equina, avicola, dalla lavorazione del pesce, dal ritiro prodotti a base di proteina animale scaduti o non correttamente confezionati), con l’obiettivo di produrre circa 8 gigawatt di energia elettrica su base annuale, ma anche 5. 600 tonnellate di farine proteiche per la commercializzazione nel settore dei mangimi animali. In quel caso ci fu una sollevazione popolare, con la famiglia Bitossi che — dopo un’infuocata assemblea in sala consiliare — bloccò l’operazione.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Gli indizi. L’8 settembre scorso, la Regione Toscana aveva richiesto la “Valutazione di impatto ambientale”. Da allora l’azienda di Montelupo non ha più fornito alcun atto ufficiale: l’iter è bloccato. C’è da dire che dal momento della richiesta di Via da parte della Regione, la documentazione può essere presentata entro tre anni, quindi tecnicamente il tempo per far ripartire il progetto, c’è ancora. Ma quella che sarebbe venuto meno è la volontà della famiglia Bitossi di andare avanti. Anche perché una parte della comunità montelupina si è fin da subito opposta all’impianto, ridando vita a quel comitato, “No biomasse a Fibbiana” che due anni prima aveva guidato la rivolta che bloccò il progetto per bruciare i Soa. E questa nuova barricata avrebbe fatto cambiare idea ai vertici di Colorobbia (specializzata nella produzione di smalti e vernici per piastrelle, vetro e metalli), che aveva presentato un progetto per costruire un impianto di trattamento degli scarti della lavorazione internamente all’azienda e non più dando in gestione a terzi questa fase del processo produttivo.
Il progetto. Nelle carte presentate da Colorobbia si stimava che l’impianto ogni anno avrebbe trattato circa 1.000 tonnellate di rifiuti (750 solidi e fangosi, 250 liquidi), di cui 650 classificati come pericolosi, per un totale di 300 tipologie (da trattamento minerali, sostanze organiche, carta, pelli, tessuti, petrolio, fanghi, fertilizzanti, plastiche, gomme, coloranti e molti altri). Anche se l’impatto sulla qualità dell’aria, in base allo studio allegato alla richiesta di Via, sarebbe stato esiguo. Un impianto costruito in una struttura già esistente e di proprietà dell’azienda, si trova in via del Lavoro 65, capace di ricavare dalle lavorazioni energia elettrica in grado di renderlo autosufficiente. Con un impatto positivo sul piano occupazionale, stimato in una quindicina di nuovi posti di lavoro.
Iter e dubbi. Il Comune, dopo aver verificato l’unico aspetto di sua competenza — cioè la conformità con il piano urbanistico (senza rilevare problemi da questo punto di vista) — aveva espresso nel parere inviato alla Regione la preoccupazione in merito all’impatto sull’ambiente circostante e sulla salute dei cittadini, richiedendo la Via. Asl e Arpat, invece, avevano inserito nei rispettivi pareri una serie di dubbi relativi a impatto ambientale elevato, dati non precisi sulle Pm10 (la centralina più vicina è a Santa Croce sull’Arno, dopo che quella di via Asia fu rimossa nel 2011) e mancanza di documentazione riguardo alla sostenibilità ambientale.
La battaglia. Nel frattempo comitato e Legambiente, si erano opposti con fermezza all’impianto, definendolo «un inceneritore». E avevano anche inviato delle osservazioni alla Regione per chiedere di assoggettare il progetto alla Valutazione di impatto ambientale. Una richiesta accolta dalla Regione, che ha chiesto all’azienda approfondimenti aggiuntivi rispetto a quelli già presentati, per dimostrare che l’impianto non è nocivo né per l’ambiente né per le persone e concedendo alla Colorobbia tre anni di tempo per presentare un nuovo progetto. Che a questo punto — a meno di ripensamenti — potrebbe non vedere mai la luce. Nel pomeriggio di ieri abbiamo contattato l’ufficio stampa della Colorobbia, che ha annunciato per le prossime ore una risposta in merito alla vicenda.
Il precedente. Già nel 2014 la Colorobbia aveva fatto dietrofront, ritirando il progetto che prevedeva la realizzazione di un impianto per il recupero energetico da Soa (corpi interi o parti, di animali o prodotti di origine animale non destinati al consumo umano) con potenzialità di 22. 500 tonnellate all’anno di materiale lavorato (provenienti dalla macellazione bovina, suina, equina, avicola, dalla lavorazione del pesce, dal ritiro prodotti a base di proteina animale scaduti o non correttamente confezionati), con l’obiettivo di produrre circa 8 gigawatt di energia elettrica su base annuale, ma anche 5. 600 tonnellate di farine proteiche per la commercializzazione nel settore dei mangimi animali. In quel caso ci fu una sollevazione popolare, con la famiglia Bitossi che — dopo un’infuocata assemblea in sala consiliare — bloccò l’operazione.
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