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Dall’omicidio alla laurea la ricerca di un riscatto 

Dall’omicidio alla laurea la ricerca di un riscatto 

Matteo Gorelli, che uccise un carabiniere, ha concluso il percorso universitario  La vedova del militare: «È un giorno di gioia, importante per il suo recupero» 

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CERRETO GUIDI. Giacca e camicia bianca con la tesi sottobraccio, si è presentato la scorsa settimana nell’aula magna dell’Università Bicocca di Milano per la proclamazione della sua laurea in scienze dell’educazione, risultato 110 e lode. Lui era uno dei tanti studenti della facoltà che aveva presentato un lavoro su “L’emarginazione dei talenti, riflessione pedagogica circa l’immagine e i possibili trattamenti dei plusdotati minori a scuola”. Un titolo molto complesso, e di non intuitiva comprensione, così come è stata la storia che sta dietro a questo ragazzo. Si chiama Matteo Gorelli, ha 25 anni, ed è di Cerreto Guidi. Per arrivare in piazza dell’Ateneo nuovo, dove ha sede la Bicocca, era partito poco prima dal carcere di Bollate, comune nella città metropolitana milanese, dove sta scontando una pena a 20 anni per aver ucciso l’appuntato dei carabinieri Antonio Santarelli e ferito il collega Domenico Marino. A Sorano, in provincia di Grosseto, il 25 aprile 2011, mentre stava raggiungendo in auto un rave party con altri tre amici. Da quell’aggressione a ora sono passati quasi sei anni ma per lo studente-detenuto Matteo Gorelli è come se fossero trascorse più vite in modo condensato. Settimane, mesi e anni come tracciati interminabili, trascorsi in comunità e poi in carcere, in cui ha visto morire Santarelli (nel 2012 in una clinica dopo un periodo di coma) per le ferite riportate nell’aggressione che aveva messo in atto con un bastone, quando i due militari lo fermarono per un controllo, e di cui fin da subito si assunse tutte le responsabilità. Ma i sei anni sono stati anche galassie di tempo in cui Gorelli, a Milano, si è diplomato, ha iniziato l’università, si è laureato e si è già iscritto alla magistrale in pedagogia, sempre alla Bicocca. Non solo: sempre grazie all’articolo 21, esce dal carcere anche per andare a lavorare come cameriere.
Una ripartenza, una redenzione, un riscatto che, comunque, non vorrà dire cancellare quello che ha fatto. La prima a esserne convinta è la vedova dell’appuntato Santarelli, Claudia Francardi che, fin da subito, si era opposta al verdetto di primo grado (ergastolo) poi passato a venti anni in appello. «Purtroppo non sono potuta andare a Milano per problemi di famiglia — racconta — e mi è dispiaciuto. Per me la sua laurea è stata una giornata di gioia, un traguardo nell’ottica della giustizia riparativa, dell’incontro tra vittime e autori di reato. Matteo non è solo il male che ha fatto. E la sua laurea è la conferma, a differenza di quanto mi hanno detto da alcune parti, che non mi sono sbagliata a dargli fiducia». «Questa è poi — continua la vedova — la dimostrazione che il sacrificio di Antonio è servito a qualcosa perché mio marito, quella mattina, era lì per fare del bene ai giovani».
«Questa è stata la prima risposta - spiegano la madre di Gorelli Irene Sisi (che con la vedova del carabiniere ha fondato anche un’associazione) e l’avvocato che ha seguito il ragazzo, Luca Tafi di Castelfiorentino - alla fiducia che gli è stata data dai giudici e da Claudia Francardi. Un primo passo per riconquistarsi quello che aveva perso al momento del fatto commesso».
E conclude Tafi: « Fin da subito ci ha dimostrato di volere un’altra possibilità. Nel 2012, quando stavano per scadere o termini della custodia cautelare, in una lettera spiegò che non era interessato a tornare in libertà ma chiedeva gli arresti domiciliari in una comunità, non a casa, per permettergli il recupero». Quello che, intanto, pochi giorni fa lo ha portato ad avere una corona d’alloro sulla testa.
Lucia Aterini

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