Il Tirreno

Empoli

«Chiudo per la crisi»: addio al bar Chalet dopo 112 anni

di Francesco Turchi
«Chiudo per la crisi»: addio al bar Chalet dopo 112 anni

Lo sfogo di Miria Scarselli: «Le famiglie “tagliano” la colazione fuori, spese raddoppiate e il Comune voleva aumentarmi l’affitto, è un colpo al cuore ma non posso andare avanti»

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EMPOLI. «Il mio era un bar per operai. E con la crisi ce ne sono sempre meno in giro. Poi, anche coloro che il lavoro non l’hanno perso del tutto ma sono in difficoltà, la prima cosa che tagliano è il caffè o la colazione. Succede in qualsiasi famiglia. Per prendere questa decisione ho trascorso notti insonni. Ma quando il Comune mi ha prospettato l’aumento dell’affitto, ho capito che non c’erano alternative alla chiusura». Miria Scarselli guarda con malinconia il “suo” Chalet (di proprietà dell’ente di via Del Papa) di piazza Guerra, nel cuore di Empoli.

Un pezzo di storia (lunga 112 anni) della città, che ha chiuso i battenti, dopo essere stato un punto di riferimento per intere generazioni, legato in maniera indissolubile alla famiglia Scarselli. A dare il via all’avventura, nel 1905, «era stato il nonno del mio babbo, Alfredo Lelli, detto Derna», con una struttura smontabile poco distante da quella attuale». Un’attività stagionale e... itinerante, che veniva spostata nella zona del luna park in piazza Gramsci nel periodo della fiera. Poi il trasferimento in Lungarno Dante Alighieri, negli anni Trenta e - nel Dopoguerra - arrivò la concessione per la costruzione di una nuova struttura in via Battisti. Fino agli anni Cinquanta quando - con il nuovo piano del verde - il Comune decise un ulteriore trasferimento - in accordo con la famiglia Scarselli - nell’attuale sede di piazza Guerra.

«Io sono cresciuta tra queste quattro mura - racconta commossa Miria - fin da bambina trascorrevo qui le mie giornate. La gestione è sempre stata “nostra”: dopo “Derna” passò alla zia di mio padre, poi nel 1984 alla mia mamma e dal 2001 a me. All’inizio c’era anche mio nipote come collaboratore. Ma tre anni fa gli chiesi di trovarsi un altro lavoro, perché era impossibile tirarci fuori due stipendi. Da allora però le cose sono andate sempre peggio». Però Miria, 53 anni, empolese, ha provato fino in fondo a scacciare lo spettro della chiusura: «Stavo qui dentro fino a 18 ore al giorno. Ma non bastava. Perché tutte le bollette sono aumentate in maniera spropositata».

Poi è arrivato il colpo di grazia. Miria pagava al Comune di Empoli, proprietario del piccolo immobile, un canone annuo di 1.500 euro (che non veniva adeguato da tempo), oltre a 1.200 euro per l’occupazione del suolo pubblico. L’amministrazione ha proposto a Miria di firmare una nuova concessione, rivedendo però l’affitto, in modo da adeguarlo ai reali valori di mercato, tenendo però anche in considerazione gli investimenti sull’immobile fatti negli ultimi anni da Scarselli: «Ma avrei dovuto pagare un geometra per il progetto e un commercialista per mettere a punto il piano di ammortamento. E, sulla base di una stima approssimativa fatta da un professionista di mia fiducia, ho capito che avrei dovuto pagare svariate centinaia di euro al mese di affitto. A quel punto ho deciso di mollare, non ce la potevo fare. È chiaro - racconta Miria - che quando l’ho detto a mio padre Romano, che ha 85 anni, è stato un colpo al cuore anche per lui. Ma non avevo altra scelta e lui lo sa».

I clienti storici hanno provato a farle cambiare idea: «Mi hanno chiesto di non mollare, mi hanno incoraggiata dimostrandomi stima e affetto. E questa è una bella soddisfazione. Ma se ho preso questa decisione è perché non avevo più alternative». E non c’è spazio per i ripensamenti: «In questi giorni ho portato via tutto, l’immobile è già vuoto. La mia famiglia - conclude Miria sfogliando l’album dei ricordi - lascia lo Chalet dopo 112 anni. Ma questo posto me lo porterò sempre nel cuore».

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