Sicurezza
Chiude la Maestrelli di Sovigliana, licenziati 33 operai
Libri in tribunale per la storica cartotecnica, con il concordato in bianco le possibilità di ripartenza sono ridotte al minimo. Manifestazioni di interesse per l’azienda
EMPOLI. Libri in tribunale, una procedura di licenziamento collettivo e 33 operai a casa. La cartotecnica Maestrelli, storica azienda con sede a Sovigliana un tempo leader nel settore del packaging e della produzione di astucci ed espositori in cartone, ha comunicato pochi giorni fa alle rappresentanze dei lavoratori che avrebbe chiuso i battenti. Così mercoledì 8 marzo i dipendenti hanno manifestato con un presidio di fronte ai cancelli della fabbrica.
L'annuncio della chiusura non è stato un fulmine a ciel sereno, ma ha lasciato molti attoniti per le modalità. Da tempo, infatti, erano emersi problemi di liquidità. Tuttavia la produzione era continuata e la ristrutturazione di un anno e mezzo fa avrebbe dovuto portare ad un rilancio, che nei fatti non c'è mai stato. La palla al momento è nelle mani del tribunale, anche se sindacati e istituzioni si sono già messi in moto per vedere se ci sono i margini per un passaggio di mano e il recupero di una manodopera altamente specializzata con un'anzianità aziendale che è in media di venti anni.
[[atex:gelocal:il-tirreno:empoli:cronaca:1.14997595:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.14997595:1652359677/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Le difficoltà per la cartotecnica Maestrelli cominciarono ad emergere nel corso del 2015. Nel dicembre di quell'anno si aprì una procedura di ristrutturazione e la proprietà, per mano dell'amministatore delegato Cesare Michelin, presentò un piano da 15 esuberi. Alla fine uscirono 11 lavoratori, una parte dei quali volontariamente. I problemi di liquidità denunciati dai sindacalisti c'erano già. Tanto che il pagamento delle spettanze di questi 11 operai venne rateizzato e avvenne comunque in ritardo. Pochi mesi prima, nel maggio dello stesso anno, i dipendenti rimasti organizzarono uno sciopero collettivo perché l'amministatore delegato aveva comunicato che lo stipendio di aprile sarebbe stato pagato in tre tranche.
«La situazione è grave - racconta Andrea Fondelli della Rsa aziendale - siamo di fronte ad una chiusura a tutti gli effetti, che mette per strada 33 lavoratori. La maggior parte di questi hanno un'esperienza in azienda molto lunga e sono altamente specializzati. Un anno e mezzo fa, con la ristrutturazione, la direzione fece delle promesse precise di fronte alle istituzioni per il rilancio della produzione. E invece in questo tempo niente è stato fatto. Nessun investimento, nessun tentativo di risolvere i problemi. Hanno galleggiato finché è stato possibile e adesso che i margini non ci sono più hanno deciso di chiudere tutto, cercare di salvare il salvabile senza nessun riguardo per chi ha lavorato in questa azienda per venti o trenta anni».
[[atex:gelocal:il-tirreno:empoli:cronaca:1.13783416:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/empoli/cronaca/2016/07/07/news/tredici-operai-contro-l-azienda-non-rispetta-gli-accordi-1.13783416]]
La formula scelta è quella del concordato in bianco, che di fatto congela per un periodo che va dai 60 ai 90 giorni la possibilità per i creditori di esigere lo scoperto vantato. Nel frattempo la società può presentare un piano di copertura dei debiti che deve essere concordato con il commissario incaricato dal giudice. Una scelta, quella del concordato in bianco, che sembra chiudere le porte ad ogni possibilità di ripartenza.
«Anche nell'ultimo incontro di pochi giorni fa in Città metropolitana - spiega Salvatore D'Amico della Slc Cgil - l'amministratore delegato ha comunicato che i margini per continuare non ci sono. Ma ci ha anche detto che in questi mesi erano arrivate due manifestazioni di interesse e che erano state giudicate non adeguate. Siamo di fronte ad un'azienda che produceva e aveva i propri clienti, ma che per una gestione sbagliata e una conseguente mancanza di liquidità non è riuscita a mantenere il lavoro. La situazione è paradossale».
Ma oltre al danno per i lavoratori è arrivata anche la beffa. La procedura di licenziamento collettivo, richiesta in questi giorni dalla proprietà, avrebbe dato maggiori coperture in termini di ammortizzatori se fosse stata fatta appena tre mesi fa, nel dicembre 2016. «Non ci stiamo - attacca Sergio Luschi, coordinatore della Cgil di zona - qui ci sono responsabilità enormi del management e a farne le spese sono solo i lavoratori. Per questo abbiamo chiesto un incontro in Regione per valutare con le istituzioni le manifestazioni arrivate e vedere come salvaguardare le professionalità presenti ed evitare un ulteriore impoverimento del territorio».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
