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la storia

Il miracolo Ryal fatto di sogni e gol, da Hagi a Inzaghi

di Marco Sabia
Marco Moriani (al centro), con il padre Giuseppe (a sinistra) e il dipendente Fabio Mancini
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Marco Moriani (al centro), con il padre Giuseppe (a sinistra) e il dipendente Fabio Mancini

L’azienda artigianale di Fucecchio che produce anche scarpette da calcio compie settant'anni. Al timone c’è Marco Moriani, nipote del fondatore Giulio, ex mezzala dell'Empoli

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FUCECCHIO. Settant’anni di scarpe artigianali, da calcio ma non solo. Lo storico marchio Ryal di Fucecchio quest'anno festeggia un compleanno speciale, grazie al nipote di quel Giulio Moriani che nel 1946 iniziò a fare scarpe a mano in via Lamarmora, vicino a dove ora si trova il municipio. Giulio Moriani che negli anni trenta ha giocato nelle file dell'Empoli, come ala. E che si innamorò calcisticamente di Hector Rial, altra ala tutto talento che militò nel Real Madrid di Alfredo Di Stefano, Francisco Gento e Ferenc Puskàs, vincendo cinque Coppe dei Campioni. Da lì la decisione di chiamare Ryal la sua azienda, come assonanza col cognome del suo giocatore preferito. E oggi - se parli di Ryal nella zona di Fucecchio - tutti pensano alle scarpe di calcio, perché da un certo momento in poi praticamente ogni aspirante calciatore ha indossato le loro scarpette sui campi di periferia, col sogno un giorno di diventare un giocatore di livello. Basti pensare che Ryal realizzò in tempi non sospetti una delle prime scarpe senza lacci, che negli anni novanta fu indossata praticamente da qualsiasi ragazzino che giocava a Fucecchio o nelle vicinanze.

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Una storia che merita di essere raccontata. A farlo è Marco Moriani, nipote di Giulio: «Mio nonno iniziò subito dopo la guerra a fare le scarpe da gioco, che sono molto diverse da quelle di oggi; erano più simili a scarpe antinfortunistica che a quelle da calcio, avevano addirittura una punta in ferro. Lavorava in via Lamarmora, in uno stanzino dove la notte faceva riposare un asino e dove il giorno costruiva le sue scarpe con gli attrezzi che aveva a disposizione. Poi vennero gli anni del boom e l'azienda si strutturò definitivamente, trasferendosi dove si trova oggi, in via di Burello».

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C'è da dire che fino ad un certo punto - prima della discesa in campo delle multinazionali dell'abbigliamento sportivo - la produzione delle scarpe da calcio era in mano agli artigiani e non alla produzione in serie nelle fabbriche. E fra questi artigiani c'era anche Giulio Moriani con la sua Ryal. Nel 1983, per dirne una, quest'azienda riuscì a sponsorizzare in Coppa Uefa una squadra romena: Sportul Studentesc Bucaresti, dando loro una muta di scarpe e mettendo sulle loro maglie il logo di Ryal. E in quella squadra militava un ragazzino diciottenne, che di nome faceva Gheorghe e di cognome Hagi, che pochi anni dopo verrà soprannominato "il Maradona dei Carpazi" e che vestirà la maglie di Real Madrid e Barcellona.

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Ma non finisce qui, perché altri giocatori di una certa caratura inizieranno a calzare le scarpette fucecchiesi: «Paolo Di Canio - continua Moriani - ha indossato i nostri prodotti, così come Marco Amelia. E poi anche il giovane Filippo Inzaghi, che ho avuto modo di incontrare nuovamente qualche anno fa insieme proprio ad Amelia. Alla fine si tratta di due campioni del mondo». E un terzo campione del mondo è stato nella fabbrica di Moriani: il riferimento va a Gigi Buffon, che durante il torneo di Viareggio del 1996 fu accompagnato da un suo compagno alla Ryal per vedere di persona come si producevano "i ferri del mestiere". Buffon non ha mai indossato le scarpe Ryal ma la foto di quel giorno campeggia fieramente nell'ufficio di Moriani insieme a molti altri cimeli. Perché - c'è da dirlo - piccole aziende come Ryal in un mondo dominato da realtà immensamente più strutturate e potenti, sono ormai delle mosche bianche. Oggi sponsorizzare un calciatore di Serie A è quasi una chimera, cosicché Moriani si è buttato anche sulle scarpe da tempo libero, le cosiddette sneakers, che ora rappresentano un terzo della produzione. Per farlo si avvale della collaborazione di una serie di laboratori artigianali sparsi in tutt'Italia, che si sono uniti per non soccombere e per proseguire la tradizione.

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