Sicurezza
Le strutture lievitano grazie al boom di deroghe
L’accoglienza tra decine di falle: dai ritardi per i documenti, alle inefficienze fino alla difficoltà a reperire gli spazi per gli alloggi di fronte a continui arrivi
EMPOLI. Ritardi, inefficienze, deroghe ai progetti, difficoltà a reperire spazi, servizi che dovrebbero essere garantiti ma che spesso non lo sono. Ecco le falle nell'accoglienza dei richiedenti asilo sul territorio. Nell'Empolese Valdelsa i profughi sono ormai più di 600 e le stime della prefettura, riportate nelle tabelle, indicano che di qui a qualche mese potrebbe essere sfondata quota settecento. Un mare di disperazione in fuga da guerra, morte, fame e persecuzioni. E d'altro canto un fiume di denaro che transita dall'Unione Europea, via governo e ministero dell'Interno, ai soggetti gestori dell'accoglienza. Dei 33 euro medi che vengono garantiti per ciascun richiedente o rifugiato accolto, infatti, solo 2,5 euro finiscono in tasca a questi ultimi. Il resto dovrebbe essere investito nell'erogazione di determinati servizi, cioè nel fornire un'accoglienza dignitosa e consapevole ai profughi. Ma non sempre accade.
I problemi. A parlare con alcuni operatori che lavorano all'interno delle strutture della zona emerge che i problemi sono tanti e le responsabilità molteplici. Ci sono ritardi legati ad un iter inevitabilmente complesso e anche alla mancanza di personale negli uffici pubblici come quelli preposti della prefettura e della questura. E poi ci sono sempre più deroghe a quanto riportato nei progetti con sovraffollamento nelle strutture (letti a castello, sistemazioni nei corridoi e via dicendo). Sullo sfondo l'estrema difficoltà a trovare nuovi stabili da utilizzare, specie se vicini al centro delle città. Senza contare le inefficienze nella gestione: dalla mancata garanzia di servizi importanti come l'assistenza legale, la mediazione culturale, i corsi di lingua e l'orientamento lavorativo.
Dalle coste al territorio. Ma come arrivano i profughi nell'Empolese Valdelsa? Quasi esclusivamente dal mare, sbarcano a Lampedusa o in altri porti del Sud. Al momento dello sbarco vengono identificati (o almeno dovrebbero, visto che in alcuni casi l'identificazione avviene una volta smistati nelle province) e compilano la richiesta d'asilo (anche in questo caso avviene spesso che questo passaggio sia demandato alle questure di riferimento sul territorio). Quindi, vengono smistati per decisione ministeriale alle varie prefetture. L'accoglienza dei migranti viene affidata ad enti gestori (associazioni, cooperative, soggetti istituzionali e ultimamente anche dalle famiglie) sulla base dei progetti che presentano. L'affidamento, tanto per cambiare, ha tra i criteri principali l'offerta economica: insomma, il massimo ribasso esiste anche qui.
I servizi. Tra i compiti degli enti gestori - per cui vengono conferiti i famosi 33 euro, meno i 2,5 dati al richiedente - ci sono la garanzia del vitto, dell'alloggio, l'assistenza sanitaria e i corsi di italiano. Per quanto riguarda il pocket money che spetta al richiedente, i soldi possono essere versati settimanalmente o mensilmente e i soggetti gestori possono decidere se versare il denaro su una carta ricaricabile o darli in contanti. C'è poi l'assistenza legale, che però non tutti garantiscono. E questo è un punto decisivo, perché qui si gioca il futuro dei profughi. Dopo aver presentato la domanda di asilo, infatti, i richiedenti devono compilare la loro storia in cui spiegano perché sono fuggiti e perché non possono tornare nel proprio Paese. Ci sono soggetti che mettono a disposizione psicologi, antropologi e mediatori, ma molti altri no. La storia viene presentata alla competente commissione territoriale (composta da esponenti delle istituzioni locali, forze dell'ordine ed esperti in materia) che deve decidere se c'è un effettivo pericolo per la persona (e in questo caso viene riconosciuto lo status di rifugiato politico, garantita la protezione internazionale o in ultima analisi concesso il permesso umanitario). Altrimenti la richiesta viene rigettata e a questo punto si apre la possibilità di fare ricorso.
Tempi biblici. I tempi per la conclusione di questo iter si sono allungati negli ultimi anni. Al momento in media ci vuole da un anno a due per avere la prima risposta da parte della commissione. E poi, nel caso in cui la domanda non venga accettata, sempre da un minimo di un anno ad un massimo di due per venire a capo dei ricorsi che devono essere seguiti da un legale. Ne consegue che un richiedente può rimanere fino a tre-quattro anni sul territorio in attesa di un giudizio che pende sulla sua testa e che determinerà il suo futuro. Nel frattempo i richiedenti, dopo sei mesi di permanenza, possono cercare lavoro. Ovviamente senza la conoscenza della lingua e la formazione sui servizi del territorio le possibilità di trovarlo si riducono. C'è poi la possibilità che sorgano problemi all'interno delle strutture. In questo caso, se avviene un reato la persona viene automaticamente rimpatriata. Altrimenti soggetto gestore e prefettura, in accordo, possono decidere di allontanare il richiedente asilo che a quel punto mantiene i suoi diritti ma dovrà cavarsela da solo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
