Il Tirreno

Empoli

Condannati a sopravvivere come fantasmi

di Francesco Turchi
Condannati a sopravvivere come fantasmi

Enti impotenti, controlli difficili e proprietà private bloccano gli aiuti al popolo dei disperati

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EMPOLI. Il quadro è disarmante. Non si sa quanti sono, come si chiamano. Da quali Paesi vengono e perché sono lì. Ma neanche per quale motivo non hanno mai bussato alla porta di un ente per chiedere aiuto. Probabilmente alcuni non conoscono neanche i canali attivati dai servizi sociali; altri avranno i loro buoni motivi per vivere da invisibili, o semplicemente è così che hanno deciso di vivere la loro vita. E poi ci sono famiglie intere. Con i genitori (i padri in particolare), che non vogliono rischiare di vedersi portare via i figli. Insomma, quello che vive nelle fabbriche abbandonate di Empoli è un popolo di fantasmi, destinato a rimanete tale, in una città che non ha ancora gli anticorpi per rispondere a un fenomeno nuovo, impensabile da queste parti fino a qualche anno fa.

L’ultima “favela”, che abbiamo raccontato ieri, è quella della ex Sve di via Livornese. Ma si tratta soltanto di un altro anello di una catena senza fine di degrado sociale. Ex Rosselli a Pontorme, Montevivo a Ponzano, Vitrum e parco Mariambini in centro, l’area sotto al ponte di Pontorme, senza dimenticare la stazione ferroviaria, dove la sala d’attesa è stata chiusa nelle ore notturne dopo che era diventata un rifugio per decine di persone (che non hanno fatto altro che trovarsi un altro letto di fortuna altrove). E la lista della vergogna potrebbe continuare. Scenari fatti di cartoni, rifiuti e resti di cibo, pericoli, amianto. E crolli, che suonano come avvertimenti fino a quando non causeranno una tragedia. La situazione è chiara in tutta la sua crudeltà: a Empoli c’è un popolo di disperati che vive - o meglio, sopravvive - ai margini.

Ma la cosa che fa più male è che il fenomeno è destinato a rimanere tale, o molto più probabilmente ad aggravarsi. Innanzitutto perché le vecchie fabbriche sono di proprietà privata. Dunque il potere degli enti è limitato. Il Comune - per esempio - ha firmato delle ordinanze per la messa in sicurezza dell’ex Vitrum quando le macerie hanno invaso i marciapiedi. In altre occasioni - come alla Montevivo - ha imposto alla proprietà di “sigillare” gli accessi, come del resto dovrebbe avvenire anche per l’ex Sve (raggiungibile troppo facilmente), di proprietà della Società Vetraria empolese, una srl (con 9 soci), attualmente in liquidazione, con il tribunale che ha nominato curatore fallimentare Marco Bettini. Ma l’ente di via Del Papa non ha una mappatura. L’unico dato - decisamente parziale - è rappresentato dai 21 cittadini residenti nella casa comunale (che dà diritto alla scelta del medico di base e quindi all’assistenza sanitaria): tuttavia in questo elenco ci sono i clochard ma anche, per esempio, donne vittime di violenza, in modo da tutelarle. Per capire la reale portata del fenomeno servirebbero controlli a raffica da parte delle forze dell’ordine: blitz ripetuti a breve distanza l’uno dall’altra con identificazione di tutti i soggetti presenti. Perché all’interno degli “alberghi della vergogna” c’è un costante via-vai. A quel punto potrebbero intervenire l’Asl e - soprattutto - i servizi sociali. Che da una parte potrebbero rappresentare l’ancora di salvezza per gli “ultimi”, ma dall’altra possono essere visti come uno spauracchio dai genitori accampati nelle culle del degrado insieme ai propri figli. E preferiscono fuggire. Perché potrebbero vederseli togliere, alla luce delle condizioni in cui li fanno vivere. L’altro rischio è che il nucleo venga separato, perché le norme dell’Unione prevedono che «la sistemazione in alloggio per l’emergenza abitativa potrà prevedere l’inserimento del capofamiglia in una delle strutture di pronta accoglienza e l’inserimento della moglie/convivente e dei figli negli alloggi per l’emergenza abitativa». Ma se non sfideranno le loro paure saranno condannati a sopravvivere da fantasmi, nell’indifferenza di tutti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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