Il Tirreno

Empoli

Rivolta al centro profughi per il cibo, intervengono carabinieri e Asl

di Lucia Aterini
Gli ospiti di via Limitese che protestano (Foto Agenzia Carlo Sestini)
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Gli ospiti di via Limitese che protestano (Foto Agenzia Carlo Sestini)

Vinci: per gli ospiti ci sono disagi anche per le camere. Opposta la versione di Multicons: «Dal controllo tutto a posto. Troppe pretese»

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VINCI. Un ragazzo di colore che, in sella a una vecchia bici, pedala in salita su una stradina laterale di via Limitese con l’asfalto ormai consunto. Seguendolo, si arriva dopo pochi metri a una villa circondata da pini e altri alberi. Un edificio stile anni Settanta, probabilmente all’epoca sobria residenza di qualcuno che aveva realizzato un angolo di paradiso sopra il lembo di terra che, lungo l’Arno, congiunge Spicchio a Limite in un tempo in cui, proprio lì, si andava consolidando una zona di grande vivacità imprenditoriale.

Ora quel fermento industriale è morto e sepolto, gli spazi di quell’area sono stati riempiti da piccoli imprenditori cinesi che hanno frazionato gli immensi capannoni. E la villa ha fatto la stessa fine: il colore bianco del cancello, così come le pareti esterne, è diventato opaco o sporco. E le decine di stanze all’interno sono state riempite dai profughi. Quasi quaranta divisi in due piani: sotto gli africani, sopra gli immigrati provenienti dal Pakistan. Che, in formazione assortita, hanno dato luogo a una rivolta. Ampie, e anche estreme a tratti, le loro rivendicazioni che hanno portato poi Asl e carabinieri nella struttura gestita dal consorzio Multicons di Montelupo.

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La situazione ora è in stand-by in attesa della relazione dell’Asl ma qui, in questo luogo chiamato Fornace, a qualche giorno di distanza dal fatto, si respira odore di tensione e di preoccupazione. Quando arriviamo, veniamo circondati dai profughi che esternano a pioggia i loro disagi. «Bad food, bad bed», «Cattivo cibo, cattivo letto». Pochi parlano l’inglese, solo uno riesce a rimettere insieme una frase in italiano nonostante il fatto che molti siano lì da un anno e che ogni settimana vada un’insegnante di lingua italiana per sei ore. E iniziano schermaglie tra un operatore di Multicons, anche lui immigrato, e gli ospiti del centro.

Non possiamo visitare la struttura, «la proprietà è privata» ci viene detto dalla cooperativa che gestisce la ex villa attraverso la consorziata Servizi toscani, per capire se davvero, come raccontano i ragazzi, hanno poco posto nelle camere dove sarebbero costretti a dormire in sei. «Ci sono tre bagni per tutti - vanno avanti (anche se poi per Multicons i bagni sono quattro) - noi facciamo le pulizie secondo un calendario che ci è stato dato. Ma la persona della cooperativa che le dovrebbe fare con noi non pulisce». Le lamentele continuano come un fiume in piena: «L’acqua del rubinetto non è buona - spiegano - il cibo lo stesso. E solo poche volte abbiamo visto il medico». Ali Sharif racconta di essere diabetico e di non esser curato a dovere. Younis Zahid Saeed, 30 anni, del Pakistan, aggiunge che hanno pochi vestiti a disposizione. «Solo una maglia per ognuno presa al cassone della Caritas». E poi c’è troppo caldo la notte e manca la wi-fi.

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Completamente diversa la ricostruzione dell’episodio fatta da Multicons. Che in sostanza parla di un’asticella di pretese posta troppo in alto. Il direttore generale di Multicons Marco Cartei ribatte punto per punto alle critiche degli ospiti. «Un paio di loro fomentano gli altri - racconta - e si sono già resi protagonisti del sequestro di un’infermiera che era venuta al centro». «L’Asl ha fatto un controllo su loro richiesta - va avanti il direttore generale - ma non ha trovato niente che non andasse bene nelle dispense nonostante che l’ ispezione fosse stata non programmata». «Noi diamo addirittura 50 grammi di pasta in più a testa rispetto a quello che ci dice la prefettura».

«I nostri infermieri vengono puntualmente - spiega ancora - gli ospiti non capiscono che non possiamo portarli al pronto soccorso per qualsiasi piccolo dolore». Anche rispetto alle lamentele per il vestiario Cartei è lapidario: «Noi compriamo vestiti nuovi per i nostri centri - spiega - poi ci appoggiamo alla Caritas, facciamo scambi con loro perché anche noi abbiamo una onlus come Multicons. E quindi ci aiutiamo». «Il problema - aggiunge - è che loro vogliono il cappellino di tendenza, la maglia rossa piuttosto che blu. E non è facile accontentare tutti».

Ora l’Asl consegnerà la relazione del controllo. E, in base, a quello che verrà scritto potranno esserci sviluppi opposti, denuncia per calunnia contro i profughi o approfondimento da parte dei carabinieri o della procura. Ma rimane chiaro comunque un fatto come ha spiegato un giovanissimo ragazzo eritreo, l’unico arrivato da quella terra meravigliosa quanto sfortunata. «E’ un anno che sono qui - dice a gesti e con grande tristezza negli occhi Nyayo Tewelde, 20 anni - e ancora non ho nessun documento. Non voglio stare qui, io devo andare in Germania». Ed è proprio questo il Problema dei problemi da dove poi nascono le intolleranze per ogni minimo disturbo o disagio. E’ la lunga attesa nei centri che è devastante per questi giovani di 20 o di 30 anni, spesso sparsi in campagna o in ex fabbriche. Senza fare nulla o poco, dalla mattina alla sera. Con la speranza, tutti i giorni, di essere chiamati dalla questura per sistemare i documenti. E andarsene il prima possibile dall’Italia.

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