Toscana
Casa popolare negata a quasi 1.500 famiglie
Sunia e Cgil lanciano l’allarme: «E intanto ce ne sono 92 vuote»
EMPOLI. L’emergenza abitativa è sbarcata anche nell’Empolese Valdelsa e ha messo radici. La crisi in poco meno di dieci anni ha trasformato la casa da problema a piaga sociale, con la politica a rincorrere le necessità e a cercare di mettere una toppa sulle situazioni più drammatiche. I numeri, d’altronde, sono impietosi. Le domande per un alloggio popolare ammesse negli ultimi anni sono poco meno di 1.500, ma i posti sono insufficienti. Basti pensare che delle 470 domande ammesse nell’ultimo bando del 2013 solo 42 sono state esaudite (meno del 3%), mentre in quello nuovo ancora aperto i numeri sono ancora maggiori. Intanto, sui 1.550 alloggi Erp, un centinaio sono sfitti in attesa di manutenzione. Non è un caso, d’altronde, se l’edilizia residenziale pubblica sia diventata l’unico orizzonte possibile per migliaia di persone. Gli sfratti per morosità crescono, la disponibilità dei privati di affittare è ai minimi storici, mentre le risorse investite dal pubblico – secondo i dati della Regione sul territorio si riesce a spendere solo la metà di quelle stanziate – non riescono a coprire i bisogni.
«L’abitare è uno dei volti più drammatici della crisi – attacca Rossano Rossi, segretario della Camera del Lavoro di Empoli – ed è aggravato dal fatto che gli amministratori non hanno un piano volto a risolvere il problema. Le uniche misure messe in campo sono emergenziali». I dati indicano che il 95% degli sfratti sono per morosità. Di questi più della metà hanno alla base un licenziamento in famiglia. Il secondo motivo è il mancato rinnovo del contratto a tempo determinato. Il lavoro perso, insomma, è il motore dell’emergenza abitativa. «Finora il circondario era considerato un’isola felice – spiega Laura Grandi, segretario provinciale del Sunia – adesso, invece, ha in molti casi i dati peggiori di tutta la Toscana. Ha il più basso numero di alloggi popolari rispetto alle famiglie e il più basso indice, dopo Firenze, di assegnazioni in base alle richieste. La Regione e i Comuni, dal canto loro, hanno deciso di disinvestire sull’edilizia pubblica: i bisogni aumentano, ma i posti rimangono pressoché gli stessi e i criteri per aggiudicarsi una casa diventano più stringenti. Ciò vuol dire che gli alloggi popolari sono riservati a coloro che hanno i disagi maggiori, ma in questo modo si creano dei ghetti senza riuscire a dare risposte al disagio sociale». L’emergenza di questi anni non è un fulmine a ciel sereno e ha radici ben piantate nel passato. «La politica ha sottovalutato da una parte gli effetti della crisi su quel 20% di popolazione che non è proprietario di una casa e dall’altra la crescita del fenomeno migratorio – dice Franco Belli, coordinatore Sunia del circondario – per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, finora gli stranieri assegnatari sono stati appena il 10%, ma tra le nuove domande rappresentano quasi il 50%. Senza un lavoro sociale serio, il rischio di una degenerazione nella convivenza è alto. Per ora l’unica risposta è stata la commissione sull’emergenza abitativa, che negli ultimi due anni ha esaminato oltre 500 domande. Ma questa serve solo a tamponare l’emergenza. Il vero problema è che il mercato è fermo, i prezzi delle locazioni rimangono per molti insostenibili, il pubblico non è in grado di dare risposte strutturali e il privato ha paura di affittare perché nessuno dà ai piccoli proprietari alcuna garanzia».
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