Il Tirreno

Empoli

emergenza ABITATIVA

Casa popolare negata a quasi 1.500 famiglie nell'Empolese Valdelsa

Marco Pagli
Da sinistra Franco Belli, Rossano Rossi e Laura Grandi
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Da sinistra Franco Belli, Rossano Rossi e Laura Grandi

Sunia e Cgil lanciano l’allarme: «E intanto ce ne sono 92 vuote». I sindacati attaccano: «Dai Comuni solo toppe al disagio, manca un piano strutturato»

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EMPOLI. ’emergenza abitativa è sbarcata anche nell’Empolese Valdelsa e ha messo radici. La crisi in poco meno di dieci anni ha trasformato la casa da problema a piaga sociale, con la politica a rincorrere le necessità e a cercare di mettere una toppa sulle situazioni più drammatiche. I numeri, d’altronde, sono impietosi. Le domande per un alloggio popolare ammesse negli ultimi anni sono poco meno di 1.500, ma i posti sono insufficienti. Basti pensare che delle 470 domande ammesse nell’ultimo bando del 2013 solo 42 sono state esaudite (meno del 3%), mentre in quello nuovo ancora aperto i numeri sono ancora maggiori. Intanto, sui 1.550 alloggi Erp, un centinaio sono sfitti in attesa di manutenzione. Non è un caso, d’altronde, se l’edilizia residenziale pubblica sia diventata l’unico orizzonte possibile per migliaia di persone. Gli sfratti per morosità crescono, la disponibilità dei privati di affittare è ai minimi storici, mentre le risorse investite dal pubblico – secondo i dati della Regione sul territorio si riesce a spendere solo la metà di quelle stanziate – non riescono a coprire i bisogni.

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«L’abitare è uno dei volti più drammatici della crisi – attacca Rossano Rossi, segretario della Camera del Lavoro di Empoli – ed è aggravato dal fatto che gli amministratori non hanno un piano volto a risolvere il problema. Le uniche misure messe in campo sono emergenziali». I dati indicano che il 95% degli sfratti sono per morosità. Di questi più della metà hanno alla base un licenziamento in famiglia. Il secondo motivo è il mancato rinnovo del contratto a tempo determinato. Il lavoro perso, insomma, è il motore dell’emergenza abitativa. «Finora il circondario era considerato un’isola felice – spiega Laura Grandi, segretario provinciale del Sunia – adesso, invece, ha in molti casi i dati peggiori di tutta la Toscana. Ha il più basso numero di alloggi popolari rispetto alle famiglie e il più basso indice, dopo Firenze, di assegnazioni in base alle richieste. La Regione e i Comuni, dal canto loro, hanno deciso di disinvestire sull’edilizia pubblica: i bisogni aumentano, ma i posti rimangono pressoché gli stessi e i criteri per aggiudicarsi una casa diventano più stringenti. Ciò vuol dire che gli alloggi popolari sono riservati a coloro che hanno i disagi maggiori, ma in questo modo si creano dei ghetti senza riuscire a dare risposte al disagio sociale».
 
L’emergenza di questi anni non è un fulmine a ciel sereno e ha radici ben piantate nel passato. «La politica ha sottovalutato da una parte gli effetti della crisi su quel 20% di popolazione che non è proprietario di una casa e dall’altra la crescita del fenomeno migratorio – dice Franco Belli, coordinatore Sunia del circondario – per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, finora gli stranieri assegnatari sono stati appena il 10%, ma tra le nuove domande rappresentano quasi il 50%. Senza un lavoro sociale serio, il rischio di una degenerazione nella convivenza è alto. Per ora l’unica risposta è stata la commissione sull’emergenza abitativa, che negli ultimi due anni ha esaminato oltre 500 domande. Ma questa serve solo a tamponare l’emergenza. Il vero problema è che il mercato è fermo, i prezzi delle locazioni rimangono per molti insostenibili, il pubblico non è in grado di dare risposte strutturali e il privato ha paura di affittare perché nessuno dà ai piccoli proprietari alcuna garanzia». 
 
La ricetta: «Più alloggi tassa sulla rendita e meno burocrazia»
 
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Rivedere la legge sul nuovo Isee, introdurre una maggiore flessibilità nelle assegnazioni, ridurre la burocrazia. I primi passi da compiere nell’immediato secondo Cgil e Sunia sono questi. Ma la vera necessità è quella di un piano per la casa con risorse maggiori e certe. «Cominciamo a pensare, ad esempio, ad una tassa sulla rendita immobiliare – propongono Rossano Rossi, Cgil, e Franco Belli, Sunia – che colpisca i grandi proprietari che non affittano. Ma soprattutto c’è bisogno che il pubblico torni ad investire. Servono nuove costruzioni di alloggi popolari. Anche se la cosa migliore sarebbe acquistare dal privato immobili vuoti. Ce ne sono tanti e sono davvero un’assurdità in un momento del genere».
A dire la verità un progetto del genere era partito, ma poi si è arenato. Un anno fa la Regione aveva chiesto a Publicasa di fare una ricognizione: erano stati stanziati 25 milioni in totale, di cui più di due sarebbero dovuti arrivare nel circondario. 
In pochi mesi erano arrivate ventotto domande da parte di privati che erano disposti a vendere immobili sfitti (a prezzi inferiori ai livelli di mercato) e di imprese edili con grandi quote di invenduto, che speravano in questo modo di recuperare almeno le spese. 
La ricognizione, però, non ha avuto esito. A Publicasa non sono arrivate comunicazioni da parte della Regione e i buoni propositi per ora sono rimasti lettera morta
 

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di Redazione web